in questo sito vengono usati i cookies navigandonel sito accetti.

Biennale: a Venezia, in cerca di Polymnia

Venezia acqua intro
di Ilreènudo

CIBO PER LA MENTE - Una quindicina di giorni fa sono tornato a Venezia per visitare, in compagnia di una cara amica, la 55a Esposizione Internazionale d'Arte dal titolo Il Palazzo Enciclopedico, comunemente nota come Biennale, aperta dal 1° giugno al 24 novembre 2013, con sede ai Giardini e all'Arsenale.

Venezia banchina smallSi trattava di una gita di sicuro diletto: se non mi fosse piaciuta la mostra, come ritenevo probabile, rimaneva sempre Venezia, serenissima regina dell'Adriatico che mai mi ha deluso nelle mie frequenti visite invernali. Ebbene, in quel penultimo caldo sabato di settembre, la mitica laguna era assiepata da navi da crociera mostro e imbarcazioni di tutti i tipi che, come tutti potevamo aimè 'annusare', ammorbavano l'aria della città, con buona pace di coloro che affermano che il traffico navale in laguna non inquina. Le calli storiche straripavano di turisti accaldati, mentre Anny ed io cercavamo, con una sorta di slalom, di raggiungere l'ingresso della Biennale. Venezia, con la sua bellezza orribilmente deturpata e avvilita da un intreccio d'interessi privati e pubblici che la stanno mettendo in ginocchio, è una metafora perfetta di questo nostro Paese, tanto bello quanto disgraziato.

La prima parte del mio itinerario era stata, dunque, molto faticosa e all'ingresso della Biennale, speravo di ricavare l'attesa porzione di piacere estetico proprio dalla mostra d'arteVenezia blog small universalmente conosciuta nientepopodimeno come la più importante al mondo!

Per quel giorno, mi sarei limitato a visitare la parte centrale dell'esposizione, il padiglione tedesco, quello russo e quello giapponese, tutte nell'area dei Giardini. Data la durata di apertura, meglio gustarsela un po' per volta la Biennale. Per me è stato come fare un salto nel mio passato di studente di pittura all'Accademia di Belle Arti quando, disorientato, venivo preso dal desiderio di gridare che il re dell'arte era nudo o non era più lì (non sapevi mai, nei corridoi della storica Clementina, se quello che stavi calpestando era un'opera d'arte o proprio un rifiuto...).

Era da un po' che non visitavo una Biennale d'Arte perché, lo ammetto, per me Polymnia, la musa delle Arti Figurative, è morta e risorta dalle sue ceneri come l'araba fenice, ma in vesti assai diverse. L'arte è morta circa un secolo fa, sotto i colpi di Duchamp e dei suoi innumerevoli epigoni, per rinascere nelle forme meccaniche e cinetiche della fotografia, del cinema o del documentario. E' sfogliando una rivista come National Geographic o, magari, sedendo sotto un cielo stellato in una sala cinematografica estiva che possiamo trovare Polymnia. Difficile, invece, incontrarla alla Biennale.

Polymnia non è, o c'è solo raramente, nell'avanguardia che proclama di esserne l'erede (che dire, poi, di un'avanguardia che rimane sempre tale?). In particolare, per me, è la pittura ad essere deceduta e lo ha fatto in uno dei momenti di suo più grande fulgore, caduta sotto i colpi di Marcel Duchamp e del suo famigerato orinatoio rovesciato. Duchamp, però, intendeva dire che l'arte era altro rispetto a quello che lui riteneva fosse il tecnicismo vuoto della pittura del tempo, mai aveva affermato che il suo orinatoio fosse un'opera d'Arte, come invece hanno reinterpretato i suoi seguaci ed epigoni.

Con un passato da simbolista fallito – i suoi quadri di quel periodo non lo fanno certo emergere come un grande artista – guardava con Venice ratto smallsdegno alle opere del coevo Impressionismo che, per la prima volta nella storia umana, celebravano con una nuova, entusiasmante tecnica pittorica la bellezza del qui ed ora, dell'immensa varietà della materia mondana.

Impressionisti come Renoir, Monet, Cézanne o artisti della statura di Gaugin sono stati, dunque, fra gli ultimi grandi esponenti della pittura occidentale. Come posso dire questo?

Ebbene, posso dirlo perché quando guardo gran parte di quelle opere provo un'emozione intensa, un godimento estetico profondo, gli stessi che sperimento di fronte al corpo perfetto ed eroico del David o all'indicibile dolore materno della Pietà, o a quel marmo del Ratto di Prosperpina che pare morbido come la carne o a quella gioiavenezia pieta maliziosa di Amore Vincitore.

 

Venezia amorQuindi, un godimento estetico reso più profondo e appagante dal fatto che l'Arte sapeva effigiare sentimenti universali, toccare delle corde emotive che travalicano le epoche storiche e l'individuo stesso. Quello che è venuto a mancare nella cosiddetta arte contemporanea è, a mio avviso, proprio questa universalità di linguaggio.

La ricerca del Bello, al centro di ogni manifestazione artistica sino al 19° secolo e della nostra cultura, assieme al Bene e al Giusto, è anch'essa sparita sia dall''arte' sia dalla società di cui essa si vanta di essere il riflesso - e forse lo è davvero.

Madre Natura, tuttavia, ha impresso il bisogno di Bellezza e il suo riconoscimento nei neuroni del cervello umano. Quest'ultimo, di fronte ad un'opera d'arte che la incarna, ad un campo di fiori in primavera, o ad un tramonto marino libera dentro di noi raffiche d' intossicanti neurotrasmettitori: la felicità intensa che ne traiamo ci eleva oltre il quotidiano, sino a farci toccare un empireo spirituale, non necessariamente, come intendeva Platone, divino.

Mi sono, quindi, recato alla Biennale con questo tipo di idee e gusti, consapevole che sarebbe stata una mission impossible trovare qualcosa di simile nelle opere in esposizione.

Venezia libro rossoSebbene per chi ami la pittura figurativa come me ci sia veramente poco nel Padiglione Centrale della Biennale veneziana, le annotazioni visive del viaggio intrapreso da Carl Gustav Jung nei recessi del proprio inconscio, per la prima volta in esposizione, sono forme astratte di sicuro fascino e perizia che attingono alla tradizione iconografica buddista, con contrappunti distillati dai libri miniati medievali o dall'iconografia islamica.

I dipinti autobiografici dell'austriaca Maria Lassnig, premiata con il Leone d'Oro alla carriera, delle sorte di autoritratti deformi, una mescolanza stilistica di Lucien Freud e Egon Schiele, proprio non sono nelle mie corde.

Ci siamo fermati a lungo, invece, ad ammirare lo splendido Apocalypso di Jean Frédéric Schneyder, un'intrigante e improbabile mescolanza di evocazioni chagalliane e ironico espressionismo alla Otto Dix.

venezia apocalypso

Il Leone d'Oro al miglior artista è andato, invece, a Tino Sehgal, inglese, operativo a Berlino, che ha presentato una sorta di performance. Al centro della stanza accanto a quella dedicata al libro rosso junghiano, ci imbattiamo in un ragazzo e una ragazza che, sedendo sul pavimento di fronte l'uno all'altra, si muovono sinuosamente emettendo suoni simili a quelli di strumenti musicali a percussione. Anny si ferma a guardare decisamente incuriosita e tenta di decifrare l'opera: sembrano due individui che vengono da un'altra dimensione, forse dallo spazio, che comunicano con modalità diverse. Io, un po' annoiato e seccato, sono senza parole. E' forse l'intento dell'artista di provocare un tale rifiuto? Insorge forse qui l'equivoco per cui non riesco a decrittarne il senso? Invece di seguire l'artista immergendomi nel suo lavoro, inizio a domandarmi perché mai una tal 'performance' debba essere considerata un'opera d'arte – ah, già, è vero, lo è perché l'artista la dichiara tale.

Venezia first prize intro

Il problema di tanta di questa arte è proprio, a mio avviso, nella soggettività del linguaggio usato, nella mancanza di un lessico condiviso che la renda ciò che dovrebbe essere, un medium di comunicazione...o no? Il premio, comunque, gli è stato attribuito "per l'eccellenza e la portata innovativa del suo lavoro che apre i confini delle discipline artistiche". Nella stanza successiva, oltre alla Lassnig, Marisa Merz, il secondo Leone d'Oro alla carriera. No comment.

Venezia weiwei total

venezia weiwei vcu smallIntriganti l'opera dell'artista dissidente cinese Ai Weiwei nel padiglione tedesco e l'installazione detta Danae di Vadim Zakharov nel Padiglione Russo.

Weiwei, con la sua enorme installazione realizzata incastrando l'uno sull'altro, senza l'utilizzo di chiodi, i vecchi seggiolini tradizionali su cui siedono da sempre gli anziani cinesi da un angolo all'altro del paese intende celebrare il potere unificante della grande tradizione cinese che rischia di essere spazzata via dall'impeto modernista del regime.

L'asserto iperbolico dell'artista, creato con meticolosità certosina, possiede una sua grandiosità nella notevole perizia architettonica, se non altro, per il fatto che riesce ad autosostenersi, malgrado le dimensioni davvero ragguardevoli.

Ironica, almeno ci pare di intuire, l'opera di Zakharov che, reinterpretando il mito greco della figlia di re Acrisio di Argo, fa cadere rubli d'oro dal cielo.

"Nel mio lavoro la figura mitologica diventa un simbolo importante del mondo contemporaneo", pare aver detto lo stesso artista, parlando della sua Danae. L'esplorazione dell'Arsenale alla prossima puntata, nella speranza di trovarvi più senso e almeno un pizzico di Bellezza. Possibile che proprio non ve ne sia nella società contemporanea?

Per approfondire il concetto del rapporto fra Arte e Bellezza e l'importanza del Bello per la felicità umana, guardate (lo splendido) documentario in lingua inglese Why Beauty Matters (Perché la Bellezza conta), del filosofo e scrittore inglese Roger Scruton 

venezia russian small2Venezia russian smallVenezia russian small3