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Le muse e il littorio

di Maurizio Marna

IL TERZO TEMPO DELLE MOSTRE
Foto intro Le- Muse  G. Severini, Maternità , 1916

 

Non siamo fra quelli che polemizzano dopo aver visto la mostra NOVECENTO ARTE E VITA IN ITALIA TRA LE DUE GUERRE, presso i musei S. Domenico a Forlì, terminata lo scorso mese. Non sull'opportunità di realizzare un'altra rassegna - l'anno scorso si tenne, sempre a Forlì, un'interessante esposizione dedicata allo scultore Wildt - che desse un panorama più esaustivo sull'arte italiana, sorta 'ex post' il primo conflitto mondiale e fiorita durante il ventennio fascista.


Foto 1 Le Muse Da semplici spettatori rivendichiamo, tuttavia, il diritto di poter vedere qualsiasi testimonianza concernente un periodo storico cupo, fatale, attraversato dalla follia umana nonché dal genio artistico. Per quanto tali testimonianze possano essere scomode e contraddittorie, la loro conoscenza serve a capire (non certo a giustificare) i motivi di una tragica dittatura giunta sino all'epilogo, come paese aggressore, di una seconda guerra mondiale. Ignorare, dimenticare, cancellare ogni traccia di un nefasto passato equivale a esorcizzarlo? Davvero si ha 'paura' di vedere quel che resta, dal punto di vista artistico, del ventennio? E quali reali motivi stanno alla base di un simile rifiuto? Tanti interrogativi su cui ognuno ha ovviamente ampia facoltà di rispondere. Noi preferiamo parlare della mostra, delle certezze e dei dubbi suscitati consci del fatto che sono assolutamente personali.

Dopo la fine della prima guerra mondiale, gli esponenti di spicco della cultura italiana avvertirono la necessità di moderne espressioni artistiche capaci di rappresentare pienamente il diciannovesimo secolo. Quest'ultimo, essi ritenevano, non aveva ancora disvelato la propria scintilla di vita e occorreva dunque portarlo alla luce attraverso una nuova cultura, una nuova arte. Un cartello informativo, posto all'inizio dell'esposizione, riporta l'obbiettivo da porsi secondo il grande intellettuale Massimo Bontempelli. A metà degli anni venti egli scriveva: "Il Novecento ci ha messo molto a spuntare. L'Ottocento non poté finire che nel 1914. Il Novecento non comincia che un poco dopo la guerra".

Al termine di un'orribile guerra di trincea, con milioni di morti, vi era l'esigenza di determinare, sia in Europa sia in Italia, un nuovo ordine sociale. Un ordine ricercato, senza alcun dubbio, anche nelle arti. Se quel conflitto venne definito mondiale, pur svolgendosi sul continente europeo, è perché l'Europa era allora il centro del mondo. Ricostruire la società, ricrearne un equilibrio su basi più solide, non potevano altresì prescindere da una completa revisione del ruolo dell'arte. La crisi di quei movimenti storico-artistici, Cubismo e Futurismo, ultimi demolitori dell'ideale classico(assieme ad altre correnti artistiche, differentemente ispirate, operanti durante tutto il diciannovesimo secolo), non fece altro che confermare l'esigenza di tornare ad una ferma, rassicurante disciplina. Persino le Muse si dovevano adeguare a regole precostituite...

 
Foto 2 Le Muse L'Italia degli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale soffriva il caos sociale: né la monarchia né le forze politiche presenti in parlamento erano in grado di guidare il paese. E' noto l'evolversi delle vicende storiche. Da un tale magma, infatti, nacque il movimento fascista con lo scopo di 'riportare l'ordine' e, sfruttando le debolezze del sistema nonché adoperando una metodica violenza, occupare le stanze del potere. Una volta conseguita la supremazia di governo, ci si doveva concentrare sullo stabilizzarne l'autorità mediante il consenso. Perciò la 'macchina' del partito si mosse in un'unica direzione ovvero quella di rappresentare un nuovo corso storico da intraprendere. Gloria immortale di un'era che volle seguire le orme - come si sa - dell'antico Impero Romano, non per 'scimmiottarlo'(l'effetto in realtà fu il medesimo) ma rielaborarlo adattandolo alla modernità dei tempi. Una monolitica approvazione popolare ne costituiva, secondo le innovative strategie delineate, l'indispensabile piattaforma di lancio. Parliamo di innovazione giacché ciascun ceto sociale doveva esserne coinvolto.
L'arte italiana, lo abbiamo già visto, aveva gli stessi obbiettivi del movimento fascista: riportare il rigore all'interno del proprio mondo, dopo l'inestricabile caos, per tornare alla disciplina delle forme, dei colori e delle architetture. Il nuovo ordine sociale necessitava di un profondo cambiamento, atto a riportarlo nell'alveo di un ideale classico. Ciò non significava ripiegarsi sul passato bensì estrapolarne quei canoni che concretizzassero un ben definito pensiero artistico, un modello vivo e concreto d'arte. L'ordine nuovo è sì quello antico, tuttavia aggiornato all'epoca di riferimento. Ecco dove arte e fascismo si sono incontrati, durante la loro fase evolutiva, percorrendo ciascuno la propria strada. Naturalmente la prima non si proponeva certo di diventare governo politico, volendo invece stimolare/guidare le coscienze sia delle persone sia degli stessi artisti. La dittatura mussoliniana colse al volo l'occasione e pose sotto la propria ala protettrice il mondo artistico, fino a coinvolgerlo totalmente nella creazione di consenso popolare.

 Di nuovo troviamo, all'inizio della mostra, un altro cartello informativo capace di riassumere, in modo chiaro, i concetti di quanto viene esposto nei vari ambienti. Vi si legge una frase significativa: "Pictor classicus sum". E' di Giorgio De Chirico e sintetizza il suo concetto di pittura quando la geometria delle forme acquista, allo stesso tempo, solidità e classicità pur in ambito metafisico. Solidità, classicità, rigore: ecco cosa si propone di rappresentare, nel proprio campo, ogni pittore, scultore, architetto, progettista, pubblicitario, creatore di moda ecc. Quasi tutti sentono di aderire al nuovo corso. Pochi saranno quelli che solo vi si adegueranno, ancor meno quelli che lo rifiuteranno. E' una colpa oppure l'artista ha sempre il dovere di rifiutare le imposizioni 'esterne'? E se la sua visione artistica coincide con la concezione politica del tempo, cosa succede? Domande plurisecolari, aventi una risposta lineare nelle figure dei grandi artisti la cui attività si è svolta sotto i piccoli/grandi imperi della storia. Lo Stato fascista è sì fautore dell'arte, senza però concedere ad essa la naturale libertà di espressione. Infatti prima la ammalia attraverso i comuni obiettivi da raggiungere, poi impone la strada da seguire, secondo metodi più o meno espliciti, verso la società totalitaria.
                                                                       Foto 4  Le  Muse

 Armonizzare la tradizione e la modernità furono, lo ripetiamo ancora una volta, i canoni ispiratori di artisti come De Chirico, Casorati, Guttuso, Carrà, Sironi, Wildt, Manzù, Messina, Balla, Severini e tanti altri presenti nella mostra. Certamente la loro opera non ha i medesimi caratteri, non è univoca esprimendo invece una molteplicità d'espressione fra ideali metafisici, mitologici (classico-moderni) e realistici, quest'ultimi venati d'incanto. L'arte italiana, ci viene raccontato mediante le note esplicative della mostra, avverte prepotente il ritorno alla grande pittura italiana del Quattrocento - Giotto, Mantegna, Piero della Francesca - sino a recuperare il rapporto fra la pittura stessa e l'architettura. Ma ciò non significa far scomparire la contemporaneità delle opere, anzi è l'esatto contrario quando la nuova società fascista esige la ricomposizione delle forme, dei colori, delle strutture nell'acclarata fusione antico- moderno. Occorrono, tuttavia, figure capaci di strutturare il pensiero e la ricerca artistica, intellettuali dotati di spirito d'analisi nonché capacità organizzative onde avere un diretto collegamento con la società totalitaria.
Margherita Sarfatti, di origine ebraica e grande amica di Mussolini, rispondeva ai suddetti requisiti. Una sala della mostra raccoglie alcune sue lettere, alcuni scritti su riviste e pubblicazioni da lei stessa fondate, insomma una parte del grande contributo fornito alla cosiddetta arte di Stato. L'unica arte. Se quest'ultima voleva dire magnificare i successi, la dottrina, i miti del fascismo, lo spettatore ne avrà lampante testimonianza a proposito dell'architettura dedicata alle piccole/grandi opere pubbliche. Sono state esposte planimetrie, progetti, plastici, disegni concernenti l'EUR, i Fori Imperiali, Ministeri, Uffici postali, stazioni. Il tutto riferito sia alla CITTA' ETERNA sia a lontane provincie del futuro Impero (Forlì compresa).

Foto 5  Le  Muse Foto 3  Le  Muse

Margherita Sarfatti
 

 Foto 6  Le  Muse

Aereo pittura( ovvero dipinti che ritraevano prospettive di città viste da velivoli), pittura murale( artistica espressione popolare che vuole rinverdire assai gloriose e nobili tradizioni del passato), scultura monumentale( palazzi pubblici pensati e costruiti con massicce linee architettoniche, eppure d'avanguardia)sono la perfetta testimonianza che futuro, presente e passato si mescolano assieme per affermare, all'unisono, 'indietro non si torna'. Fioriscono iniziative su iniziative, negli anni seguenti la presa del potere, come biennali, triennali, concorsi, rassegne di ogni tipo. L'importante è avvicinare qualunque forma d'arte al pubblico e via via renderla fruibile alla massa così da radicare il regime nelle menti e nei cuori dei cittadini. Vi sono tanti esempi offerti al visitatore, oltre ai dipinti e alle sculture. Manifesti, arredi, mobili, gioielli, abiti, scarpe sono differenti espressioni artistiche la cui presenza è parte integrante della vita delle persone durante il ventennio. Ogni aspetto della quotidianità viene permeato dal nuovo corso e gli oggetti di uso comune quasi trasfigurano nella classica modernità del littorio.

 

                                                            

 
Foto 10  Le  Muse

Una delle ultime sale è intitolata 'il male di vivere'. A ben vedere la maggior parte delle pitture esposte si collocano attorno e successivamente agli anni '30, lasciando trapelare attuali/futuri tempi di recrudescenza del potere fascista. Quest'ultimo esige, cancellando anche il volto 'buono' degli esordi, la dedizione totale dell'individuo alla causa e mostra appieno l'atroce ghigno della dittatura. Feroci persecuzioni politiche in patria, alleanza con il nazismo, occupazioni coloniali, intervento nella guerra civile spagnola, leggi razziali, devastante conflitto mondiale... un lungo elenco di nefandezze che porta qualcuno, nonostante il cordone di sicurezza steso dalla propaganda, a porsi delle domande. Si tratta certamente di interrogativi muti, rinchiusi nell'animo e dagli stessi artisti mescolati, sotto metafora, con un loro naturale 'spleen'(tristezza, malinconia) di fondo. Quanto appena detto porta a chiederci se esista comunque un malessere sempre insito nell'artista - Romanticismo e Decadentismo 'docent' - causato dall'incapacità di adattarsi alla vita reale oppure se, per la pressione di anni bui, possa accendersi la spia di un profondo disagio. Entrambe le ipotesi sono ugualmente plausibili anzi si intersecano, pur tra le mille cautele dovute alla specificità di ogni artista coinvolto.

Cesare Sofianopulo, Maschere,1930

 

 La permeante tranquillità delle cose, delle persone, delle città, delle campagne, insomma di ogni avvenimento fra la terra e il cielo, si reggeva sulla base di un'imposizione violenta. Qualche breccia, è vero, cominciava ad aprirsi nell'animo delle persone, dopo il 1930, ma era ancora troppo poco per una coscienza diffusa. Resta il fatto che il regime totalitario si stava inesorabilmente avviando verso l'epilogo conosciuto, convinto di essere l'erede del fulgido Impero Romano e nella realtà, invece, venendo sopraffatto dall'entrata in guerra. La sua rapidissima disgregazione, sotto l'inferno delle bombe alleate, avrebbe travolto ogni aspetto dell'ordine ricostituito. Qualsiasi simbolo, propaganda, azione naturale come una madre che allatta un bimbo al seno('sacro' fondamento della famiglia e fulgido emblema della perpetuazione razziale - proprio per questo il simbolo della mostra di Forlì è stato il quadro di Gino Severini, la Maternità- ) non sarebbero più stati i metronomi quotidiani. L'avviluppante cupezza del presente e soprattutto quella del futuro avrebbero scandito la fine del fascio littorio.

 

FONTI:

Catalogo della mostra, NOVECENTO ARTE E VITA IN ITALIA FRA LE DUE GUERRE, Zanichelli ed.

BIBLIOGRAFIA:

Monica Cioli, Il fascismo e la "sua" arte. Dottrina e istituzioni tra futurismo e Novecento, pagg. 366, Leo S. Olschki Editore

CATALOGO, Anni Trenta. Arti in Italia oltre il fascismo, a cura di Antonello Negri con Silvia Bignami, Paolo Rusconi, Giorgio Zanchetti, Giunti Editore 2012