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Nereo Rocco l'oro di Trieste

 

IL GIOCO, LE BATTAGLIE, L’UMANITA’ DEL ‘PARÓN’.

di Maurizio Marna

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Trieste, Porto Vecchio, Magazzino 26.  
Un anno circa è passato dalla splendida mostra dedicata all’indimenticato allenatore Nereo Rocco, nel centenario della nascita. La sua città, sempre in debito di riconoscenza col Paròn  - una forma dialettale di saluto, letteralmente “padrone”, tuttavia posta in tono amichevole e scherzoso equivale a : caro “paròn”, “paròn” illustrissimo… - ha ospitato in uno scenario suggestivo il ricordo di chi l’amò in maniera indiscussa, senza esserne ricambiato sino in fondo. “ Mi a Milàn son el comendatòr Nereo Rocco. A Trieste son quel mona de bechér”(a Milano mi chiamano commendatore. A Trieste rimango sempre quello stupido – versione ‘purgata’- di un macellaio)disse una volta con una delle sue tante battute fulminanti. Oppure ad un dirigente della Triestina, commerciante in cascami, che criticava la scelta del portiere in una partita persa malamente, l’innata arguzia di Rocco ribatté: “ Lei la pensi a vénder  straze” ( Lei pensi a vendere i suoi stracci). ‘Nemo propheta in patria’, si potrebbe dire ancora una volta.

Al di là delle celebrazioni per il Paròn, è indubbio che si è trattato di un’occasione per ricordare, senza farsi prendere dalla nostalgia ‘canaglia’, cosa era il mondo del calcio mezzo secolo fa, quali vizi (pochi) e virtù (molte) vi albergavano. Il paragone con l’attualità diventa purtroppo inevitabile e si rivela indiscutibile la preferenza a favore di quei tempi.

Curatore della rassegna è stato il famoso giornalista sportivo Gigi Garanzini che lo conobbe a partire dal 1975, durante gli ultimi anni di vita del Paròn, scrivendone diffusamente e soprattutto mantenendone sempre viva la memoria dopo la morte. Stiamo parlando di un giornalista nel vero senso della parola perché parlare di stampa sportiva, al giorno d’oggi, è usare un eufemismo. Nel dopoguerra, infatti ,quando Nereo Rocco incominciò ad allenare la  Triestina in serie A, portandola sino al secondo posto dietro il leggendario Torino ed introducendo la novità tattica del libero, il giornalismo sportivo era testimone di un’ epoca dove si discuteva, anche animatamente, sull’essenza del calcio e non ancora sulla sua sostanza (leggi denaro). Lo si faceva secondo i crismi di una preparazione professionale impeccabile, maturata attraverso una lunga gavetta. Così l’avvento di importanti firme giornalistiche – una su tutte, Gianni Brera, strenuo difensore e amico di Rocco nella polemica ‘calcio all’italiana uguale a catenaccio’ – rendeva chiaro al pubblico la tattica nonché la tecnica del gioco del calcio. Esso possiede concetti e  regole che devono essere spiegati, sempre però in modo brillante e discorsivo. Anche i cronisti sportivi della radio e della televisione, una volta entrata a far parte della quotidianità, avevano le carte in regola per parlarne (Niccolò Carosio, tanto per fare un esempio), possedendo una professionalità a tutto tondo. Se quest’ultima non era un ‘optional, come adesso, ma un tratto indispensabile, si può ben capire quanto il livello di ciò che veniva scritto e detto sul mondo del calcio fosse elevato. Tuttavia bisogna vivere nel presente, non guardare costantemente al passato con rimpianto. A tali obbiezioni si contrappone una lampante verità: il decadimento del mondo calcistico è sotto gli occhi  di tutti e non vi è nessuna nostalgia dei ‘bei tempi andati’, solo una dura constatazione di come tutto nel calcio fosse diverso a quell’epoca, nel bene e nel male. La società civile lo era altrettanto.
Perché si criticava allora il cosiddetto catenaccio? "Mi fazo catenaccio, lori xe prudenti"(io gioco con il catenaccio, gli altri, se lo fanno, sono definiti prudenti): colpiti ed affondati dal Paròn, senza scampo, i cultori dello spettacolo. Anche allora regnava l’esterofilia a tutti i costi vale a dire che il ‘bel modulo’era quello inglese,ungherese, brasiliano ecc. Tuttavia il calcio non era e non è una scienza esatta.  
Due scudetti, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, due Coppe delle Coppe.  Questi i trionfi di Nereo Rocco, ottenuti con il leggendario Milan, in virtù del modulo all’italiana.
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Attraverso le tante testimonianze dei giocatori che ha allenato emerge il concetto di solidità di squadra, una  solidità da costruire iniziando dalla difesa dove forza, coraggio, tecnica (in questo preciso ordine), fungevano da barriera protettiva e da rampa di lancio per il resto della formazione. "Te go dito de tocarlo, no de coparlo" ( ti ho detto di marcarlo, non di ammazzarlo). E’ un’altra celeberrima frase pronunciata da Rocco quando un suo giocatore aveva ‘tranciato, sulla bandierina del corner, nientemeno che il futuro avvocato dell’Asso calciatori Sergio Campana. Eppure il cosiddetto gioco ‘maschio’nella impostazione difensiva infondeva sicurezza se ‘lì dietro non si passava’,diventava pietra angolare per proporre addirittura, con un centrocampo sia tecnico sia di contenimento, le tre punte. Alla faccia del difensivismo ad oltranza!  Naturalmente ciò non sarebbe bastato senza la straordinaria umanità del Paròn, il vero segreto che cementava il gruppo e che tutti i giocatori da lui allenati non smettono mai di ricordare. Ne parleremo più avanti.


Vogliamo adesso dare un breve cenno storico sul Porto Vecchio, il luogo dove si trova il Magazzino 26 sede che ha ospitato la mostra e tante altre importanti manfestazioni culturali. Vale davvero la pena farlo perché non capita tutti i giorni di visitare una ‘location’ così particolare. II Porto Vecchio di Trieste rappresentava l’unico sbocco sul mare per l’impero asburgico. La stessa Trieste era la terza città più importante dell’impero dopo Vienna e Budapest. Dal punto di vista commerciale rivestiva straordinaria importanza possedere una sviluppata città portuale, un punto  strategico di traffico mercantile. Gli Asburgo, nell’Ottocento, diedero vita a questa complessa architettura di 700.000 mq rendendola zona franca (lo è tuttora). La presenza di antichi magazzini di varie dimensioni (molti ora sono in rovina), di vecchi uffici dei Lloyd, di moli, di binari in disuso, fanno comprendere come il Porto Vecchio sia stato un superbo modello di architettura industriale nel diciannovesimo secolo. Un modello che, per fortuna, viene e verrà riqualificato con un ambizioso ‘restyling’, dove si fonderanno il recupero di importanti edifici portuali assieme alla creazione di nuovi complessi architettonici. Proprio il Magazzino 26, il più grande fra quelli del Porto Vecchio con i suoi 30.000 mq di estensione, rappresenta l’emblema di quanto appena detto. Esso si affianca, da un lato, alla Centrale Idroelettrica (restaurata da poco),formando un’area di recupero industriale assai interessante.

facciata parziale magazzino 26

 

La mostra sul Paròn non può non aver suscitato sorpresa ed emozione negli spettatori per quel riuscito accostamento di tecnologia e testimonianze dell’epoca, che si sono intrecciate l’una con le altre. Ha altresì stimolato la loro curiosità, ad esempio, il particolare sistema di far partire i filmati dell’epoca, assieme al minicampo da calcio interattivo. Altrove nell’esposizione e caratterizzate da un vivido impatto, sono state  le immagini del grande poeta triestino Umberto Saba mentre recita versi ispiratigli dalla figura del Paròn. Numerosi documenti cartacei, foto, maglie da calcio indossate e altri oggetti della vita di Nereo Rocco hanno contrassegnato la parte non tecnologica della rassegna, anzi l’hanno arricchita in modo significativo. Una vera ‘chicca’ è stata la ricostruzione, in una sala appositamente dedicata, dello spogliatoio del Padova vale a dire della squadra che allenò dal 1954 fino al 1961, in serie B e dopo in A, dando filo da torcere a chiunque. Una vera epopea, una delle tante del Paròn da allenatore. La fedele riproduzione degli armadietti e delle panchine in legno (attenzione alle sorprese contenute nei primi), la presenza degli asciugamani appesi agli attaccapanni col rumore in sottofondo di docce scroscianti, rendono appieno l’atmosfera dell’umana ‘officina’ di Rocco. Un’umanità che l’ha accompagnato per tutta la vita. lasciando un ricordo indelebile nelle persone che l’hanno conosciuto.

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"Mi son de Francesco Giuseppe" (sono nato all’ epoca di Francesco Giuseppe).Era orgoglioso Nereo Rocco del proprio stampo asburgico, lo considerava indice di persona rigorosa nei rapporti umani. Tanto rigorosa da lasciare il Milan, dopo la prima Coppa dei Campioni vinta nel 1963, per tener fede alla parola data, due mesi prima, al presidente del Torino quando a Milano le cose non andavano bene sia con la  società sia con la squadra.
Nato nel 1912 a Trieste -  con il cognome Roch – Nereo Rocco lavorò sin da giovane nella macelleria del padre, alternando l’impegno lavorativo a quello di calciatore. Triestina, Napoli, Padova, furono le squadre più importanti in cui militò finendo la sua carriera a metà circa degli anni quaranta: appese, come si dice in gergo, le scarpe al chiodo. Poco entusiasta di continuare a lavorare nella pur prospera attività paterna, nonostante due guerre mondiali, egli intraprese la professione di allenatore iniziando proprio dalla Triestina. Successivamente andò a Treviso, ritornò a Trieste(venendo subito esonerato) e passò al Padova per un lungo periodo. Ma fu col Milan che la sua carriera di allenatore ebbe la consacrazione definitiva, durante gli anni sessanta e settanta, seppur intervallata da quattro campionati al Torino. Concluse la trentennale esperienza di tecnico con la Fiorentina, a metà degli anni settanta, e dopo Firenze  ritornò al Milan prima come direttore tecnico, poi come dirigente.


Com’era veramente Nereo Rocco tanto amato (dai suoi giocatori) ed altrettanto criticato (dai cosiddetti puristi del calcio) ? Non lo potremmo definire un ‘piacione’,anzi. L’impronta asburgica della sua Trieste, durante i primi del novecento, ne forgiò il carattere non facendogli accettare compromessi di alcun tipo. Rude nel trattare i giocatori, li portava pian piano a rendersi conto che ciò aiutava a costruire una squadra con la S maiuscola. Fin da quando guidava la Triestina, infatti, questo basilare concetto venne applicato dentro e fuori lo spogliatoio, attraverso un innato sarcasmo, un istinto ‘animale’ nel capire qual’era lo stato d’animo dei giocatori e molta profondità di pensiero. Queste furono le qualità in grado di cementare il gruppo, di coinvolgere gli atleti , di responsabilizzarli sempre tenendo bene a mente il loro carattere e le loro peculiarità tecniche. Solo dopo si parlava di tattica. Era il segreto del Paròn, è la sua eredità . Non aveva conseguito lauree o specializzazioni in psicologia ma usava la battuta per incoraggiare, la temibile sfuriata per far capire, esercitava insomma la ‘diligenza’del buon padre di famiglia in particolar modo sui giovani giocatori dal carattere ancora in formazione. Li sorvegliava perché non eccedessero nei vizi e li ‘beccava’ sempre nel luogo del misfatto, non si sapeva mai come ci riuscisse. Un ‘mental coach’ ante litteram, in grado anche di recuperare atleti sul viale del tramonto o dalla carriera mai decollata. Per questo lo spogliatoio diventava famiglia nel vero senso della parola. Era un luogo in cui la goliardia era ammessa e non si vedeva l’ora di sentire quanto aveva da dire il Paròn, di vedere cosa mai si sarebbe inventato dopo l’allenamento o dopo la partita. Apprezzavano molto il suo modo di fare, non sapendo di diventare prima uomini che calciatori.
Contrapposto ad altri allenatori, protagonisti dell’epoca d’oro del calcio italiano – vedi Helenio Herrera con il quale diede vita ad una rivalità ‘gonfiata’ per ragioni giornalistiche, allenando egli la grande Inter  – Nereo Rocco non se ne lasciò mai condizionare. Di fulgida umiltà – celebre fu la sua risposta ad un giornalista torinese, in occasione di  Padova – Juventus, il quale aveva detto la fatidica frase ‘Vinca il migliore’: “ciò, sperèmo de no” (oh, speriamo di no) – Nereo Rocco conseguì la propria personale maturazione professionale passo dopo passo, mattone dopo mattone. Il ‘palmarès’ di trofei conquistati era la miglior risposta agli strali di quanti si proclamavano amanti del bel gioco nonché avversari del ‘bieco’ difensivismo.

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Non di solo calcio viveva il Paròn. La famiglia, la moglie, i due figli, i compagni di osterie. Già, il vino. Grande intenditore e grande bevitore, non lo si vedeva mai ubriaco- al massimo si appisolava - nonostante le frequenti bevute assieme agli amici più cari ed a semplici avventori. Il tutto condito da ‘furibonde’ partite a carte. Il lunedì(anzi lùnedi)nella sua Trieste era un appuntamento imprescindibile seppure di breve durata, una toccata e fuga insomma. Certo la sua città d’origine non era stata tenera verso di lui – lo abbiamo ricordato all’ inizio- cionondimeno il solo ritornarci significava l’ interruzione delle ostilità sportive ed il meritato riposo prima di altre battaglie. A proposito, nel Magazzino 26 (due piani sopra la mostra)è stata ricostruita l’Osteria del Paròn con arredi d’epoca e soprattutto con i piatti ed i vini che lui prediligeva.
Nereo Rocco morì a Trieste il 20 Febbraio 1979. Tanti non si sono dimenticati di lui ed innumerevoli sono le testimonianze raccolte negli anni dai giornalisti, ancora piene di rispetto e portatrici di sana nostalgia. Rocco costruì molto, lasciò altrettanto agli addetti ai lavori e non. Qualche nome di chi non l’ha mai dimenticato, i suoi “zogadori”,ora con i capelli bianchi o anche senza: Enrico Radio, Blason, Memo Trevisan, Tosolini ( Triestina 1947- 1948); Scagnellato, Zanon, Azzini, Boscolo ( Padova, anni cinquanta); Rivera, Altafini, Rosato, Lodetti, Schnellinger, Cudicini, Hamrin, Bigon (Milan anni sessanta/settanta); Roggi, Galdiolo, Antognoni, Saltutti (Fiorentina 1974 – 1975).Un capitolo a parte sono gli allenatori, i “discendenti” del Paròn, nomi come Valcareggi, Bearzot, Trapattoni, Cesare Maldini, maturati sotto la sua guida e le cui imprese sportive non hanno bisogno di essere ricordate.
Qualcuno non c’è più, fortunato lui che è tornato a giocare lassù col Paròn.

* Un sentito grazie al curatore della mostra ,Gigi Garanzini, da parte di un visitatore e scrittore di articoli alle prime armi nonostante i 53 anni suonati. Il suo bel libro ' Nereo Rocco  La leggenda del Paròn continua.'  è stato un ideale compagno di viaggio nelle sale visitate. Tali doverose fonti – spero di averle usate con rispetto-  hanno rappresentato il filo rosso di questo affettuoso articolo. Io, che ho sempre tifato squadre non allenate dal Paròn (Bologna e Inter), gli dedico il mio piccolo e modesto omaggio.