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L’occhio privato di Ansel Adams e Edward Weston

Ovvero quando la fotografia ha salvato la natura

di Maurizio Marna

 

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La Fondazione Fotografia di Modena, durante l’arco di un anno, ha ospitato nella medesima città, presso l’ex Ospedale Sant’Agostino, due magnifiche mostre fotografiche, una dedicata ad  Ansel Adams dal titolo “La Natura è il mio regno”, l’altra di uguale importanza: “Edward Weston. Una retrospettiva“. Entrambe hanno riscosso notevole successo.

L’accurata selezione di scatti, grazie al curatore Filippo Maggia, introduce lo spettatore al mito della frontiera americana, costituito da parti ancora incontaminate e da zone dove l’uomo, insediandosi, ne iniziava lo sfruttamento intensivo. Le foto coprono un periodo compreso fra gli anni venti e quaranta del secolo scorso.  La leggenda della Grande Frontiera è diventata realtà quando la purezza di luoghi e di ambienti inviolati è stata espressa in tutta la sua potenza visiva, rivelandoci che l’azione predatoria dell’uomo lì non si era fatta sentire. Anche negli scatti dei primi grandi complessi industriali, la cui estensione richiedeva l’utilizzo di vaste aree territoriali intatte, l’ambiente sembrava riuscire a bloccarne l’impatto su di sé. Davvero fu possibile? Certo se consideriamo la magnificenza di immagini, lo stile tecnico - fotografico, la visione artistica, profusi nell’opera di Adams(1902-1984)e Weston(1886- 1958).

 

 

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Chi scrive questo articolo ha sì visto le due rassegne, tuttavia non è mai stato un ‘patito’della fotografia. Eppure, siate stati semplici visitatori o siate comunque appassionati fotografi dilettanti o scafati professionisti dello scatto, non avrete potuto sottrarvi al fascino della loro splendida produzione fotografica. Rimanere colpiti dalle immagini riprodotte, qualunque grado di sensibilità abbiate, rappresenta solo un primo passo nella direzione di una giusta comprensione. Occorre, infatti, tenere  ben presente le numerose difficoltà logistiche, affrontate e superate, per raggiungere luoghi lontani spesso inaccessibili, rendersi conto di cos’erano le attrezzature fotografiche dell’epoca (in parecchi casi davvero ingombranti da trasportare)  e  le tecniche di stampa del periodo. Ma una qualità, perché di questo si tratta, è fondamentale possediate: amare la natura. Potrete allora comprendere l’importanza di Weston e Adams nella diffusione della fotografia naturalistica, nello spargere i semi di una tutela dell’ambiente che va al di là dell’emozione visiva. Tanti hanno scritto sulla loro abilità artistico – fotografica,  su come la loro vena creativa si sia espressa mediante l’obbiettivo. Non aggiungeremo nulla alle analisi già fatte, vista la nostra ignoranza in materia, ma ci chiediamo comunque cosa voglia dire essere creativi nella fotografia e quale tipo di potenza immaginifica possa scaturire dalla visione di un habitat naturale. Ci domandiamo, poi, perché negli Stati Uniti d’America, dopo la seconda metà del diciannovesimo secolo, diversi grandi fotografi si dedicarono a ritrarre la natura.  Indubbiamente gli immensi scenari paesaggistici, a quell’epoca per lo più incontaminati, esercitarono un irresistibile richiamo e il ritrarli com’erano diventava, durante il volgere degli anni, sempre più di stretta necessità visto l’intenso processo di colonizzazione. Un processo foriero di seri, irreparabili danni. Ricordate, ad esempio, la costruzione a est e a ovest delle grandi linee ferroviarie americane, con la conseguente tragica soppressione dei bisonti? Ricordate, altresì, lo sfruttamento insensato del territorio americano nella corsa all’oro e al petrolio? 

 

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La fotografia naturalistica deve moltissimo, lo ribadiamo, ad Ansel Adams e Edward Weston per quanto riguarda la diffusione del concetto di salvaguardia ambientale. Se essere fotografi vuol dire cercare di cogliere l’essenza delle persone o delle cose in un determinato luogo, in un determinato momento, chi meglio di loro ha colto l’anima degli scenari naturali e il vero spirito della Grande Frontiera? Una Frontiera in via di sparizione – lo abbiamo sopra ricordato – a causa dell’arrivo dell’uomo. Potrà sembrare inevitabile suscitare attenzione, interesse,  passione, quando si espongono foto che ritraggono un panorama di incomparabile bellezza. Non è assolutamente così. Troppe dinamiche entrano in gioco nella scelta di  una foto naturalistica da parte del suo autore e sta all’osservatore – fotografo trasporre sulla pellicola la vera  anima’ del soggetto ritratto. Immaginiamo un attimo quale percorso di carattere estetico, tecnico, mentale, emozionale, Adams e Weston abbiano dovuto intraprendere in quel particolare settore della fotografia, un settore ancora agli albori. Ciò sia per una progressiva maturazione delle rispettive professionalità sia per l’esigenza di far conoscere territori lontani a chi li non avrebbe mai visti, trovandosi lontanissimo  da essi. E vederli nello stesso modo in cui Adams e Weston li avevano osservati, offrendo allo spettatore la possibilità di ‘innamorarsene’. Se di ‘amore’ si tratta, ecco dunque crescere prepotentemente il desiderio di (ri)scoprire la natura sino alla formazione di una solida coscienza. Quest’ultima si focalizzerà sull’indispensabile necessità di proteggere il patrimonio ambientale. 

il declino della frontiera

 
La cinematografia americana, assieme alla televisione, ci ha fatto costantemente vedere giovani generazioni di statunitensi imparare a vivere all’aria aperta: si tratta di un imprescindibile passaggio verso la maturità. Le scuole, con gli stessi genitori, ne hanno sempre favorito la diffusione proprio perché rappresenta un fondamentale aspetto formativo. Infatti l’accamparsi in tenda, magari all’interno di parchi naturali, vuol dire apprendere dal vivo la ricchezza di un determinato ecosistema nonché gli elementari accorgimenti atti a preservarlo. Le famiglie che portano i figli piccoli a fare campeggio li ‘iniziano’ alla  vita adulta, le cui responsabilità debbono comprendere anche il rispetto nei confronti del BIO mondo circostante. Tali concetti sono entrati a far parte, sin dalle origini, del ‘modus vivendi’ americano - gli indiani pensavano, a ragione, di appartenere ad un'unica comunità di nativi in un unico contesto territoriale –  e si sono man mano dissolti, una volta colonizzate le tante terre vergini.

Occhio PrivatoGli americani d’altronde, fossero autoctoni o meno, hanno sempre dovuto ‘fare i conti’ con l’ambiente circostante. Insediarsi in vasti territori e/o di fatto colonizzarli significava comunque adattarsi alle condizioni di vita lì esistenti. Piegare la natura ai propri desideri non era possibile mentre ritagliarsi una sorta di convivenza era il massimo a cui poter aspirare. Infinite battaglie venivano combattute con gli elementi naturali e la tecnologia forniva pochissimo aiuto. L’uomo soccombeva spesso di fronte all’ambiente, ne aveva timore eppure sentiva, allo stesso tempo, di esserne indissolubilmente legato.  Ecco cos’era lo spirito della Frontiera americana e man mano che il progresso si ritagliava spazi importanti, il concetto della natura immutabile, protagonista della vita del pianeta e perciò
di quella umana, sbiadiva. Lo sfruttamento delle risorse naturali diventava vieppiù intenso, direttamente proporzionale alle scoperte tecnologico-scientifiche. Un immenso serbatoio dove attingere senza sosta, non curandosi delle conseguenze e soprattutto mostrando indifferenza. La natura veniva cambiata, non dettava più le regole dunque… Fu proprio l’indifferenza degli uomini nei suoi confronti a catalizzare l’attenzione dei fotografi naturalisti, consci che la sua immutabilità non sarebbe durata molto di fronte ad un tale sfruttamento. Un cambiamento epocale cominciava a prendere il sopravvento e la macchina fotografica poteva darne significativa testimonianza nonché suscitare concreto allarme. Cosa ne sarebbe stato dell’ecosistema americano senza il magnifico contributo di Adams, Weston e dei loro colleghi? La risposta, diremmo noi, appare scontata.

Il passaggio dall’ambito privato alla tutela pubblica dello  "Yosemite national Park", parimenti all’estendersi su tanti altri siti naturali del concetto di patrimonio pubblico, è pure yosemite parkascrivibile alla loro attività di ‘censimento fotografico’.  Qualcuno potrebbe obbiettare che la sensibilità americana verso l’ambiente, considerando gli USA la maggiore fonte di inquinamento  mondiale, sia completamente sparita così come il ricordo di Adams e Weston. Mica vero, anzi. Se gli ultimi due rappresentano dei veri e propri pionieri nella tecnica fotografica, essendo ancora oggetto di ‘venerazione’  da parte degli addetti ai lavori e non, la prima conta moltissimi movimenti attivi nel campo della sostenibilità ambientale, i cui componenti si adoperano quotidianamente per vivere secondo quei criteri. Le lotte di sensibilizzazione proseguono a livello micro e macroterritoriale, si fanno grandi passi in avanti inframmezzati da altrettante battute d’arresto. Però non ci si ferma, nuovi compagni si affiancano nel tragitto a favore della protezione ambientale.  La stessa cosa è successa, riguardando maggiormente il versante tecnico – artistico della fotografia, con la nascita nel 1932 del Gruppo f/64. Esso venne fondato da Adams nel 1932 e comprendeva   Imogen CunninghamWillard Van Dyke,   John Paul EdwardsConsuelo KanagaSonya_NoskowiakHenry_SwiftEdward_Weston. Il termine fa riferimento alla minima apertura del diaframma durante lo scatto di una foto ed alla conseguente massima profondità di campo. Il gruppo operò secondo gli stimoli provenienti dall’osservazione quotidiana, volendo cogliere gli aspetti sociali e naturali della vita. Perciò nessuna immagine rielaborata/modificata, al contrario della corrente pittorialista, spazio invece alla fotografia diretta -  "Straight photography" \o "Straight photography" straight photography – concepita come purezza delle immagini ritratte. Siamo di fronte ad una purezza che non significa qualità tecnico-stilistica ma riprende la  quotidianità con i crismi dell’essenzialità e senza mediazioni. Straight, insomma… 

Visioni artistiche condivise? Un comune sentimento indirizzato a  rivoluzionare la fotografia? La natura funge da  eterna protagonista della vita umana,  allo stesso tempo ‘attiva’ nelle sue vicende, o ne è  immobile spettatrice? Domande con risposte assai variegate se le vogliamo riferire all’intero Gruppo f/64, viceversa più circoscritte qualora riguardino Adams e Weston. Essi erano "spiriti affini che lavoravano nel relativo isolamento della comunità artistica della California del Nord", con “una dedizione assoluta per la fotocamera come mezzo per descrivere, interpretare e ad esplorare il legame tra l'uomo e il mondo circostante". Le parole di Richard Andrews, già direttore della Henry Art Gallery a Seattle e curatore della mostra (1991) "Con i loro occhi: gli archivi personali di Edward Weston e Ansel Adams" (titolo tradotto), hanno colto nel segno. Nonostante li legasse una profonda amicizia e l’intensa passione per il proprio lavoro, essi divergevano profondamente nello stile personale. Weston offre una forte carica di sensualità quando fotografa verdure sezionate, conchiglie marine, corpi femminili sdraiati sulla sabbia, dune nella Death Valley, all’epoca innescando violentissime polemiche sull’esplicita/implicita pornografia contenuta in quegli scatti. Tutto il contrario di Adams, il quale rivela un compatto perfezionismo nei classici paesaggi naturali. Entrambi li ritraggono, è vero, ma Weston va oltre la descrizione della natura immutabile e della sua intatta potenza visiva così magnificamente descritte da Adams.   

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Resta però centrale il tema della loro produzione fotografica, il ruolo giocato nell’esplorazione artistico – visivo – naturalistica della Frontiera americana, il loro soffermarsi  nelle aride regioni del selvaggio West: “L’aria secca come un osso sbiancato, la raschiatura del sole come un bisturi su tutta la terra, gli alberi che si radicano nella roccia apparentemente solida: queste realtà diventano vita…” (1991, catalogo della mostra di Seattle). Anche queste immagini hanno instillato in tantissime persone la voglia di visitare sia il deserto sia gli altri scenari immortalati da Adams e Weston, magari improvvisandosi fotografi per poi trasmetterne la testimonianza, come cerchi concentrici che si allargano nell’acqua, ad altre persone. Oggi, però, di quella purezza e di quell’integrità non è rimasto molto. Solo lo scatto di un momento nel tempo, arrivato sino a noi per ricordare alle generazioni di americani chi erano e cosa sono diventati.    

        

FONTI

www.fondazionefotografia.it › Mostre

www.anseladams.com

www.edward-weston.com

www.nationalgeographic.it/.../edward_weston_la_mostra_a_modena...

wikipedia.org/wiki

adventuresportsjournal.com/.../fire-on-the-mountain...

www.Henry Art Gallery.com

BIBLIOGRAFIA

Ansel Adams (traduzione di S. Coyaud ), L'autobiografia, Edizioni Zanichelli

Edward Weston, Ritratti al vivo, a cura di N. Newhall traduzione di V. Agostinis, Pratiche Editrice, reperibile on line