in questo sito vengono usati i cookies navigandonel sito accetti.

La lunga strada di Don Mc Cullin: l’orrore, la pietà, il riscatto dell'uomo

LA LUNGA STRADA DI DON MC CULLINdi Maurizio Marna

In un’epoca dove le guerre vengono metabolizzate attraverso uno schermo televisivo, attraverso quello di un pc di un Iphone o di altre ‘diavolerie’ elettroniche, cosa significa essere un fotografo di guerra?

Ce lo ha illustrato Don Mc Cullin nella straordinaria mostra intitolata LA PACE IMPOSSIBILE, che si è svolta a Palazzo Magnani,Reggio Emilia, fino al 15 Luglio  dello scorso anno ed è stata curata da Sandro Parmiggiani assieme a Robert Pledge. La città emiliana,infatti,ha ospitato la settima edizione della grande rassegna FOTOGRAFIA EUROPEA e, fra i tanti professionisti dello scatto che hanno presentato i propri lavori, Don Mc Cullin occupa certamente un posto di assoluto rilievo.

I 160 scatti di Mc Cullin coinvolgono in maniera profonda lo spettatore, trattandosi di istantanee scioccanti e di grosso impatto nella loro forza descrittiva. I soggetti ripresi in un magnifico bianco e nero - da sempre l’unico vero colore della fotografia – non sono ‘manichini’ inerti e privi di espressività, immobilizzati dallo scatto dell’obbiettivo. Essi sono persone che non perdono la propria stilla di umanità nemmeno durante eventi tragici come guerre, malattie, povertà o durante epoche di cambiamento come la London beat degli anni sessanta. Appare evidente perciò quanto Don Mc Cullin non abbia l’occhio indiscreto di un fotografo d’assalto bensì conservi la propria coscienza vigile, al pari del cuore e della ragione.

Nato a Londra nel 1935, Mc Cullin ha vissuto l’infanzia sotto le bombe naziste mentre la successiva adolescenza ha ovviamente risentito dello shock e delle privazioni, derivate da un paese uscito da una guerra mondiale, seppur vincitore, come l’Inghilterra. Lascia la scuola giovanissimo,dopo la morte del padre, e si guadagna da vivere con vari lavori fino a che,nel 1955, presta servizio militare nella sezione fotografica della RAF. Proprio in questo periodo acquista il suo primo apparecchio fotografico. Nel 1958 ritrae una gang di Londra, ottenendo la pubblicazione delle relative foto sul giornale The Observer. Così la sua carriera di giornalista fotografo freelance decolla, finendo per abbracciare una serie di conflitti non solo militari ma anche sociali, politico- ideologici, di povertà, presenti anche nella sua stessa madrepatria. Eppure sarebbe ingiusto definirlo solo FOTOGRAFO DI GUERRA, sebbene una parte assai importante del suo lavoro sia dedicata al materiale visivo raccolto nei vari teatri di guerra in circa venti anni (1961 – 1982). A conferma di ciò, durante un’intervista di un paio di anni fa al giornale THE GUARDIAN, Don Mc Cullin ribadisce il concetto: “Qualsiasi cosa io faccia, mi porto dietro la qualifica di fotografo di guerra. Respingo il termine. E 'riduttivo.”

La mostra di Reggio Emilia conferma, sino a un certo punto, queste parole. Da una parte,infatti,vengono esposte foto sui prodromi della London beat  - le gang, i teddy boys, i don mc cullin img 1 small Beatles – dall’altra la pellicola fissa le differenze fra le classi sociali britanniche: in una delle sale, con stridente contrasto, troviamo alle pareti immagini di disoccupati e di ricchi alle corse di Ascot. Mc Cullin continua il suo percorso visivo, documentando il buio ed il dolore nelle vite dei senza tetto, dei senza lavoro nonché la cupa desolazione dei quartieri industriali inglesi, abbandonati a causa di varie crisi economiche succedutesi dagli anni sessanta in poi.

E se non è questa una ‘guerra, di sopravvivenza, combattuta sotto la gloriosa JACK FLAG, cos’altro è allora?  Ma torniamo al cuore della mostra. Davanti ai nostri occhi sfileranno le tante immagini che ritraggono il ‘sonno della ragione’ nell’uomo.  Ci guardiamo bene dal fornire un elenco delle zone di guerra, dove Mc Cullin ha svolto il proprio lavoro, perché faremmo torto allo spirito della rassegna. Le sale di Palazzo Magnani sono molto più esplicative di un’arida lista ed i periodi storici, in cui si sono svolti i vari conflitti, sono ottimamente spiegati. 

Cionondimeno vi sono altri tipi di conflitti che non si combattono con le armi eppure generano lo stesso vittime. Ne abbiamo appena parlato a proposito delle foto sulla povertà nel Nord Inghilterra. Mc Cullin ha ritratto i più poveri dell’India ed i profughi tibetani oppressi dall’invasione cinese(anni sessanta), ha fotografato gli ammalati di colera nel Bangladesh(anni settanta), i lebbrosi indiani e i malati di AIDS nell’Africa meridionale(anni novanta). Nemmeno una volta ci vengono mostrati corpi dilaniati,straziati, lacerati, insomma quel campionario da fiera degli orrori che ci viene adesso mostrato quotidianamente. Non per questo le immagini hanno meno impatto. C’è una profonda compostezza nell’atrocità delle situazioni, una dignità che non risulta annullata dal furore distruttivo del massacro.

 E se qualcuno fosse giunto alla conclusione che Don Mc Cullin sia un ‘voyeur’ del dolore, commetterebbe un grossolano errore. Egli, semplicemente, vuole operare un transfer di umanità dalle vittime allo spettatore, essendo stato testimone di quei particolari momenti. I soggetti ritratti ci chiedono di non dimenticarli e Mc Cullin ne diventa il portavoce. Lo è pure per i carnefici ripresi dal suo obiettivo: anch’essi sono vittime della tragedia, consumati dalla follia delle armi e magari destinati, in un futuro prossimo, ad aumentare il conteggio dei morti o dei feriti. “E 'una tragedia assoluta la guerra. Abbiamo trascorso anni a fotografare soldati morti in Vietnam. Devi testimoniare. Non si può semplicemente distogliere lo sguardo.” (1) Ecco la frase chiave di Don Mc Cullin. Il dovere di testimoniare. Una delle sue foto più famose, a proposito del conflitto vietnamita, è IL MARINE STATUNITENSE SOTTO SHOCK . Scattata nel corso della battaglia per la città di Huè (1968), durante l’offensiva del Têt, ci mostra gli impressionanti effetti della guerra sulla psiche umana. Lo sguardo del soldato va oltre, non fissa l’obbiettivo ma si perde in un imprecisato nulla. Al riguardo Mc Cullin dice con schiettezza: “ Mi dà sui nervi ,ora, perché è apparsa in tutto il mondo sempre e comunque”.(2)

don mc cullin img 2 small

Negli ultimi venti anni la sua professione percorre strade nuove. Egli rivolge la propria attenzione verso il ritratto paesaggistico, la natura morta, le rovine dell’impero romano alle frontiere meridionali, verso gli ultimi popoli primitivi del nostro pianeta.

Il perché lo spiega così: “Innanzi tutto perché la tragedia, la miseria, la sofferenza che vedevo mi ha consumato. Poi perché sono stato licenziato dal Sunday Times, il giornale per il quale lavoravo, dal nuovo direttore, un uomo di Murdoch. Diceva basta con queste immagini di guerre, di rivoluzioni, di bambini morenti africani. Io mi sono arrabbiato moltissimo e mi hanno elegantemente invitato a dare le dimissioni. Mi sono trovato senza lavoro dopo 18 anni di contratto. Ho pensato: cosa faccio adesso? Quello che non avevo capito era che mi si era presentata una opportunità per esplorare me stesso, per scoprirmi.” (3)

A seguito di altre vicende personali – una prima moglie, poi morta, da cui si era separato e la rottura della relazione con la nuova compagna – Don Mc Cullin rivela di aver dovuto scegliere il proprio futuro. Non sottoposto più a vincoli professionali ed economicamente senza problemi, egli intraprende un viaggio alla ricerca di nuovi soggetti per le sue foto: paesaggi ripresi dalla sua casa nel Somerset, nature morte, la potenza dell’Impero Romano che fu colta nelle lacere vestigia giunte sino a noi. Confessando di aver ‘copiato’ qualche cosa dal grande pittore Caravaggio, Don Mc Cullin evita di fotografare le persone in questi scorci tematici, che rappresentano bene “il respiro della terra”.Perché? Perché l’essere umano cerca di dominare la natura, ne abusa e la distrugge, seppure ne sia da questa ‘perdonato’.(4) Mentre esprime appieno il proprio carattere di osservatore obbiettivo, ritraendo le cose o le persone per quello che sono in realtà, Don Mc Cullin ha sopportato, a più riprese, il gravoso peso della professione. "Alcune volte mi sembrava di portare a casa pezzi di carne umana, non negativi. E’ come se stessi portando su di me la sofferenza delle persone che ho fotografato." (5)

Un eroe ? Un cinico? Nessuno dei due ritratti si addice a Don Mc Cullin. Egli diventa spettatore coinvolto e coinvolgente di avvenimenti epocali, che non sono mai senza conseguenze quando l’uomo ne è l’attore principale.  

don mc cullin img 3 small

 

 

FONTI:

1) Sempre tratta da sua intervista al THE GUARDIAN, Febbraio 2010 2) Ancora tratta da sua intervista al THE GUARDIAN, Febbraio 2010 3) tratto da SGUARDI ON LINE, su siti NITAL. IT 4) tratto da SGUARDI ON LINE, su siti NITAL. IT 5) da intervista a THE GUARDIAN, Febbraio 2010