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Si può salvare l'Euro?

di Patrizia Marani

euro intro

Fu l'Euro davvero un errore fatale? Ep.3

Il processo di unificazione europea (1951 Comunità del Carbone e dell'Acciaio; 1957 Comunità Economica Europea) – avviato dopo gli orrori di una guerra fratricida per scongiurare il pericolo di nuovi conflitti nel continente – ha creato una zona di libero scambio fra le nazioni aderenti e l'applicazione di tariffe comuni verso l'esterno.  L'intreccio degli interessi economici aveva lo scopo ideale di rendere troppo costosa una guerra e tendeva all'obiettivo ultimo dell'unità europea.Questo forte progetto ideale unitario può aver fatto commettere "quello che ora appare come un errore fatale: la decisione di creare una moneta comune" scrive lapidario Krugman.

Quest'ultima rende più economici e pianificabili, eliminando le fluttuazioni dei tassi di cambio, gli scambi commerciali fra gli stati membri dell'unione. Avere, però, la propria moneta statale ha dei vantaggi, in particolare la possibilità di svalutazione competitiva rispetto alle altre valute per rilanciare le esportazioni e l'economia nei momenti di crisi. Ne ha anche un altro.

AREA VALUTARIA OTTIMALE

La crisi spagnola, dovuta ad una bolla immobiliare alimentata dall'afflusso di capitali tedeschi, potrebbe risolversi con una svalutazione della peseta del 20% rispetto al marco. In tal modo, i salari spagnoli, troppo elevati rispetto a quelli tedeschi, si ridimensionerebbero di quella quota e l'economia si potrebbe ristrutturare, indirizzandosi verso settori più redditizi. Senza svalutazione, l'unica via è il ridimensionamento dei salari del 20%, che lavoratori e sindacati non accetteranno mai. La svalutazione è un modo efficace di ridimensionare i salari.

Ma è più vantaggioso per un paese poter svalutare la propria valuta o scambiare senza incertezze di cambio? Difficile dirlo. Vi sono però dei criteri per vaticinare se la fusione in una sola valuta può risultare vantaggiosa per i singoli paesi, riassumibili nella formula dell'area valutaria ottimale. Vediamo quali:

1. E' necessario che vi sia un traffico commerciale sostenuto fra i paesi membri – YES, qui ci siamo.
Vedi il caso Argentina che aveva fissato il valore del pesos pari ad un dollaro, ma commerciava in modo sostenuto solo con il Sud America. Ben presto la sua valuta ha reso le esportazioni troppo care di fronte a sostenute svalutazioni delle altre monete, con i ben noti risultati di devastazione dell'economia.
2. Mobilità della forza lavoro: scarsa, a causa delle barriere linguistiche e culturali, malgrado che dal '92 la legge permette agli europei di cercare lavoro ovunque nell'Unione. Qui non ci siamo.
3 Integrazione fiscale: manca un governo centrale che, in caso di shock economico, attutisca gli effetti sull'economia e i cittadini. Ogni stato è essenzialmente lasciato a se stesso.

Uno su tre, non s'ha da fare, dissero gli economisti americani che parteciparono al dibattito euro sì-euro no, fra i quali il Nostro, ma le considerazioni ideali degli europei ebbero la meglio. Alla domanda: "Che fare in caso di crisi con economie così diverse?" Gli europei rispondevano che tutte le nazioni dell'area euro avrebbero seguito delle politiche di risanamento dei loro conti per evitare shock asimmetrici e, se ciò non fosse bastato, avrebbero intrapreso politiche di riforme strutturali che le avrebbero riportate velocemente a galla. Il problema è che "ne è stato l'euro stesso la causa".

LA EUROBOLLA

L'euro ha inopinatamente reso affidabili paesi il cui finanziamento era stato considerato sino a quel momento rischioso, liberando la disponibilità di denaro a prestito a costi estremamente bassi. Questa l'analisi di Krugman: "Le banche locali, non avendo minimamente il denaro necessario a finanziare tutti i prestiti che stavano concedendo, prendono a prestito fondi dalle banche del nord Europa, soprattutto tedesche" dove non era in atto il boom della periferia. Con l'aumento dei salari (+35%) e dei prezzi alimentati da una domanda vivace, la produzione dei paesi del sud diventa poco competitiva, sprofondano le esportazioni, aumenta il deficit della bilancia commerciale.

Ma i salari italiani sono molto più bassi di quelli tedeschi, a pari lavoro svolto. Non è piuttosto che le merci della periferia, vendute nel più forte euro, sono divenute immediatamente meno appetibili e competitive, avvantaggiando in particolare la produzione tedesca, proprio com'era successo all'Argentina?

Di sicuro, è che vi è stato un aumento esponenziale del deficit commerciale delle economie dei paesi GIPSI - per Krugman – ma, non a caso, più noti in Europa come i PIIGS. Il grafico che mostra l'andamento dei conti dei PIIGS/GIPSI e quello tedesco è esattamente speculare: tanto più la Germania aumentava il proprio surplus commerciale, quanto più gli altri aumentavano il loro deficit.

IL GRANDE ABBAGLIO

Che fare allora? La crisi americana, che ha avuto meccanismi diversi e più speculativi, non ha fatto altro che accelerare i risultati di uno shock asimmetrico già in corso in Europa. I paesi dell'eurobolla non entrano solo in recessione, ma i loro debiti pubblici si gonfiano nel tentativo di far fronte agli effetti della crisi: mentre redditi, produzione e consumi affondano, gli stati intervengono a salvare le banche, garantire i depositi e i debiti contratti dalle banche locali con quelle dei paesi creditori. Ma gli investitori che detengono quei titoli di debiti sovrani sono sempre più nervosi.

L'attuale cecità europea vuole che la crisi sia stata causata dal comportamento finanziariamente irresponsabile dei paesi periferici che hanno fatto le cicale, indebitandosi più di quanto potessero permettersi. Se ciò può essere vero per la Grecia e meno per il Portogallo, non lo è nel caso dell'Irlanda o della Spagna che presentavano entrambe un avanzo di bilancio e un basso debito pubblico. L'Italia, che aveva ereditato dagli anni '70 e '80 un elevato rapporto debito/PIL, stava lentamente riportandolo a livelli più bassi. "E' solo con la crisi che il debito (dei GIPSI, n.d.A.) va alle stelle."

"Eppure molti europei in posizioni chiave – soprattutto politici e funzionari tedeschi, ma anche il gruppo dirigente della Banca Centrale, credono fermamente al Grande Abbaglio, e non v'è prova contraria che possa dissuaderli. I paesi sono nei guai perché hanno peccato, e devono redimersi soffrendo, il problema viene posto i termini morali", anziché economici!

IL PROBLEMA CLUE DELL'EUROPA

Come aggregato, i numeri dell'economia europea sono migliori di quelli statunitensi: le famiglie sono meno indebitate e il debito pubblico è inferiore. L'Europa però non è un'area finanziariamente integrata, ma un mosaico di economie diverse, ciascuna con il proprio budget, livello di tassazione e mercato del lavoro, ma paradossalmente con una moneta unica. "Ed è quello che crea la crisi"

C'è, infatti, un esempio in Europa di rapida e ardita ripresa, quello dell'Islanda.I cittadini hanno rifiutato di pagare i debiti contratti dai loro banchieri fuori controllo – e quindi il debito pubblico islandese non si è gonfiato - e, per recuperare competitività hanno svalutato la loro moneta, la corona islandese, abbassando con un colpo di bacchetta magica gli stipendi del 25% rispetto all'euro, ed è finita la crisi.

La Spagna potrebbe uscire dalla crisi se potesse svalutare, oppure facendo abbassare i salari e relativi costi.

In alternativa alla svalutazione, ci può riuscire attraverso un aumento dell'inflazione nel nord Europa che farebbe aumentare salari e prezzi di quei paesi, mentre quelli del sud rimarrebbero stabili. Per motivi storici, però, l'inflazione è l'incarnazione stessa del Male e la Germania non accetterà MAI nulla di simile.Alla Spagna non rimane allora altro da fare che, spinta da livelli elevatissimi di disoccupazione, passare sotto le forche caudine della deflazione, la quale farà aumentare il valore reale del debito. Alla fine, però, i livelli dei salari crolleranno. Il giusto dolore espiatore.

Gli ingredienti giusti per riportare in linea livelli di debito troppo elevati sarebbero "una sinergia fra inflazione e crescita che erode il debito rispetto al PIL", e invece ci dobbiamo beccare "anni di deflazione e stagnazione". Che prospettiva, e tutto per accontentare i dogmatici pro-austerity!

CRISI ITALIANA, PROFEZIA AUTOAVVERANTE

Ma armati di tutte queste preziose informazioni, ci rendiamo conto che il caso italiano è ancora diverso. Non c'è stato salvataggio di banche (se non di una, i MPS, ma per ben diversi motivi), poco o per nulla esposte sui mercati finanziari più deboli e nessun rigonfiamento del debito, alto da decenni, inversamente a una decennale crescita asfittica dell'economia.

L'INNESCO DEL CIRCOLO VIZIOSO In un clima di tensione finanziaria internazionale, gli investitori si sono chiesti: come faranno mai a ripagarci? E se non ci ripagano, chi lo farà al loro posto? Nessuno, perché l'euro non ha una banca centrale che funga da prestatore di ultima istanza, che batta moneta in caso di bisogno, ma solo un'istituzione che ha il compito di tenere a bada l'inflazione, l'ossessione tedesca.

Ecco che scatta, allora, il momento di Willie il Coyote: gli investitori stranieri si rendono conto del livello colossale d'indebitamento italiano, che non v'è alcuna garanzia di essere ripagati e iniziano a liberarsi di saccate di titoli italiani. L'interesse sul debito schizza alle stelle, mettendo in crisi i pagamenti della pubblica amministrazione, le banche spaventate stringono i cordoni del credito e provocano un deficit di liquidità, malgrado l'afflusso di denaro a tasso 0 dalla BCE (un aiutino per la ricapitalizzazione alla fine c'è stato eccome), costringendo il governo tecnico ad abbassare la scure delle tasse provocando una forte contrazione dei consumi, della produzione, chiusura delle aziende, disoccupazione e tutta la spirale recessiva. Il panico degli investitori, da solo, può autorealizzare proprio il default che temono, in mancanza di una valuta propria.

Un confronto fra Spagna e Gran Bretagna ne è un'ulteriore prova: "i tassi d'interesse inglesi sono 2%, quelli spagnoli 5%, malgrado la prima abbia un debito pubblico e deficit più elevati, e prospettive possibilmente peggiori, nonostante la deflazione. Ma la Spagna, a differenza del Regno Unito, può trovarsi senza liquidità". Il mancato pagamento dei propri debiti, per uno stato che non ha una propria moneta e una propria banca centrale che fornisca liquidità in caso di emergenza, è ora una reale possibilità per tutti i paesi dell'euro.

SI PUO' SALVARE L'EURO?

E', allora, il ritorno alle valute locali la soluzione? No, perché da un lato, porrebbe a rischio l'intero sistema bancario per il panico che un crollo dell'Euro potrebbe scatenare. Dall'altro, la sconfitta del progetto politico di unità e democrazia che l'euro rappresenta avrebbe conseguenze mondiali.
Ecco la ricetta per salvare l'Euro:
1. l'Europa deve mettere fine "agli attacchi di panico", garantendo liquidità nelle casse dei governi (Draghi: farò qualsiasi cosa si renda necessario...uau, fin lì c'è arrivato, nel modo compromissorio europeo, ma ce l'ha fatta! Certo, una banca centrale che sia per statuto prestatore di ultima istanza dei governi è qualcosa di diverso e DI PIU').
2. Ci deve essere un bilanciamento fra bilanci in disavanzo e bilanci in attivo. Gli stati con un ampio deficit commerciale devono tornare ad essere competitivi, abbassando salari e costi, non attraverso la deflazione interna, ma all'opposto, con un'inflazione più sostenuta nei paesi del surplus commerciale (addio!) e, in seguito, un po' più bassa, attorno al 3-4%, per tutta l'area euro. La leva da utilizzare è quella di "una politica monetaria molto espansionistica da parte della BCE e un pacchetto di stimolo fiscale in Germania e gli altri paesi del surplus". Gli stati in attivo commerciale devono acquistare le esportazioni degli stati in disavanzo.
3. Infine i paesi del debito e disavanzo devono col tempo mettere in ordine i loro conti con politiche di austerità fiscale.

I SEGUACI DELL'AUSTERITA'

Nel 2008, tutti i governi stavano reagendo bene alla crisi sulla scorta della lezione della Grande Depressione del '27, ma nel 2010, improvvisamente, c'è stato un retromarcia e delle politiche delineate al secondo punto non è più rimasta traccia. Sono state avanzate e seguite ricette di cosiddetta austerità espansiva.

I paesi del disavanzo sono stati spinti ad attuare un'austerità fiscale selvaggia, a base di tagli draconiani della spesa pubblica e una tassazione alle stelle, facendo loro imboccare un vicolo cieco recessivo e un sempre maggiore sprofondamento nel debito "dato che un'economia in contrazione abbatte anche gli introiti fiscali". I paesi in attivo, lungi dall'abbracciare una politica monetaria espansionistica, hanno anch'essi stretto la cinghia.

Perché? La punizione deve colpire tutti gli irresponsabili fiscali e "se è stata una fiscalità liberale il problema, la soluzione sarà la rettitudine fiscale". Niente di più sbagliato. Ma c'è forse dell'altro? La paura di fare la fine della Grecia, la cui storia pare una parabola della caduta delle cicale.

L'austerità non è espansiva per gli stati, ma per gli interessi di pochi sì: "la politica fiscale che si concentra sul deficit piuttosto che sulla creazione di posti di lavoro, la politica monetaria che ossessivamente combatte anche il più piccolo accenno d'inflazione e alza i tassi d'interesse anche di fronte alla disoccupazione di massa – tutto ciò in effetti va a beneficio degli interessi dei creditori, di coloro che prestano a danno di coloro che prendono a prestito e/o lavorano per guadagnarsi da vivere". Il pagamento dei debiti deve venire prima di tutto, e i creditori "si oppongono ad ogni azione sul lato monetario che possa tenere bassi i tassi o che eroda il valore degli interessi, come un'inflazione più sostenuta, privando i banchieri dei loro profitti".

Infine, perché mai questa "urgenza continua di rendere la crisi economica una favola morale, in cui la depressione è la conseguenza necessaria dei precedenti peccati e non deve essere alleviata"? I virtuosi nordici che non devono pagare i debiti delle cicale del sud europeo.. La ricetta di Krugman della spesa basata sul deficit e bassi tassi d'interesse sembra sbagliata ai fautori dell'austerità, ma il vero errore è quello di "insistere a perpetuare sofferenza". "E' sia infantile giudicare la politica sulla base di un giudizio morale piuttosto che sulla base di quello che fa, che distruttivo".

Come asciugare le Eurolacrime - Parte 1

Banchieri scatenati, la deregolamentazione della finanza - Parte 2

FONTI:

End this Depression NOW, di Paul Krugman