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Fine pena mai

Inviato da il in Maurizio Marna
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Secondo un recente rapporto inglese sul proprio sistema carcerario, tre sono le domande principali che bisogna porsi: 1) quante sono le persone rinchiuse? 2) si tratta di un sistema idoneo? 3) quanto costa ai contribuenti? I dati forniti e le successive analisi dimostrano una sostanziale inefficacia, sotto tutti gli aspetti, di un apparato pensato e realizzato attraverso criteri non più consoni all'evoluzione storico-sociale ed economica dello stato britannico.

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Lasciando da parte il dibattito ed i feroci contrasti insorti a proposito della BIG SOCIETY ovvero il programma principale del governo Cameron - ricordiamo che con il termine BIG SOCIETY si intende una società in cui i singoli individui, mediante la riunione in associazioni, gestiscono essi stessi i servizi pubblici al posto dello stato - ci si è resi conto che la situazione carceraria richiede soluzioni di stampo diverso rispetto a quelle sin qui adottate. Se in Inghilterra esiste un dibattito su quale sia la migliore politica detentiva, nel quadro di un ripensamento generale della funzione pubblica, in Italia, lo scorso mese, è stato approvato l'ennesimo decreto emergenziale detto 'svuota carceri'. Un nome, una garanzia....di non risolvere nulla, servendo solo a coprire un sistema irrimediabilmente compromesso nella sua struttura attuale.

Quanti sanno come si vive negli istituti di pena italiani? La  conoscenza la si ha, magari, tramite mass media- interposta persona- forse 'esperienza diretta' ma il risultato non cambia, poiché lo stato delle carceri nel nostro 'bel paese' può definirsi, senza dubbio, orribile. Presso la Corte Europea dei diritti dell'uomo giacciono, infatti, decine e decine di ricorsi riguardanti la scarsità degli spazi, la mancanza di attrezzature, il trattamento inumano nelle strutture di detenzione italiane. Quattro condanne in quattro anni sono state emesse  dalla suddetta Corte per conclamate violazioni della Convenzione Europea dei diritti umani. Alzi la mano, fra i lettori, chi ne ha sentito parlare. Non molti, immaginiamo, e ci complimentiamo con quest'ultimi perché la loro volontà di sapere è stata più forte del GRANDE SILENZIO operato dagli organi informativi. Solo in situazioni di vasto clamore i mass media, a mo' di fiume carsico, offrono notizie 'shock' riguardanti sovrappopolazione, suicidi, morti sospette e quant'altro possa annullare in una nazione il concetto di civiltà della pena. Nemmeno le numerose iniziative di associazioni pubbliche e private, volte ad alleviare le condizioni di detenzione, riescono ad arginare il fenomeno. Mancanza di fondi e volontà legislativa rendono qualsiasi progetto provvisorio.   

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Fermi un attimo, cosa succede? Ecco giungere il fortissimo ronzio delle molteplici, becere contestazioni di chi afferma che 'tanto si esce subito di galera' o che 'nemmeno ci si va più'. Esse rendono evidente una completa distorsione della realtà. Quando si stigmatizza l'imperare di un diffuso lassismo nella repressione dei reati e nella reclusione di chi li commette, si perde di vista l'unica certezza esistente al momento: all'interno dei complessi penitenziari, esclusi pochissimi casi, è già stato raggiunto l'obbiettivo di 'umiliare' quanti vi sono rinchiusi o addirittura vi lavorano come, ad esempio, le guardie carcerarie. Tale umiliazione avviene quando la detenzione si svolge in ambienti privi dei requisiti minimi di vivibilità - comprendendo, altresì, gli ospedali psichiatrici giudiziari dove la situazione è oltremodo disastrosa - e la salubrità degli stessi viene annullata se lo spazio a disposizione per ogni detenuto, visto il sovraffollamento, risulta la metà di quanto previsto dai regolamenti. Circa sessantacinquemila persone vivono soffocate in un collo di bottiglia.... Servizi igienici da 'quarto mondo' con difficoltà nell'approvvigionamento di prodotti per l'igiene personale, cucine non a norma assieme a pessima qualità del cibo (tuttavia chi ha più disponibilità economiche si fa portare da fuori, nei primi due casi, quanto gli serve), spaccio di droga, servizi sanitari interni di scarsa efficienza. Potremmo continuare a lungo nell'elenco.

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Eppure continuano a circolare, incessantemente, proposte riguardanti una diversa concezione dell'applicazione detentiva.
Uno fra gli organismi maggiormente coinvolti nella problematiche carcerarie si chiama Antigone ed è "un'associazione politico-culturale a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti, cittadini " (sito www.osservatorioantigone.it). Essa si batte, da parecchi anni, per una detenzione alla quale si possa abbinare l'aggettivo umana. Le discussioni e le proposte, si badi bene, non sono incentrate sul 'fuori tutti', a prescindere dai reati, ma vogliono ribaltare il profondo criterio medioevale dello stare dentro. Le polemiche concernenti amnistia sì, amnistia no, sviliscono il centro del problema ovvero cosa significhino la reclusione e la pena detentiva. Secondo la legge, quest'ultima deve(dovrebbe...) contribuire a rieducare il condannato andando oltre la valenza punitiva. Un sensibile miglioramento delle condizioni afflittive riconduce allo spirito legislativo, rappresentando un'esigenza indifferibile dove c'è perenne emergenza: la questione, sempre usata da quasi tutte le forze politiche per meri fini propagandistici, è diventata purtroppo uno dei peggiori disastri italiani. La cosa non ci rende davvero onore.

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Cliccate qui e leggete Un raggio verde oltre le sbarre

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Ospite Mercoledì, 15 Agosto 2018