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Vestiamoci di Bio

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIO.

di Maurizio Marna

Camminare, correre, muoversi con il corpo negli spazi stretti ed in quelli larghi. Azioni ripetute durante frenetiche giornate e forse senza nemmeno rendercene pienamente conto, a meno di non volersi prendere una pausa in palestra od in qualche parco pubblico. L’organismo umano risponde, in differenti modi, agli stimoli provocati dalle attività motorie, riconoscendole – diciamo così - ‘a pelle’.
La pelle, appunto. Pelle, cute, epidermide…

 

Al di là dei sinonimi essa rappresenta il nostro involucro protettivo, comunque assai delicato, e funge da prima barriera contro gli attacchi quotidiani del mondo esterno, sotto forma di pericolosi agenti chimici. La lotta si rivela dura, spesse volte impari.

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIOUn altro involucro, tuttavia, protegge a sua volta la carnagione umana: l’indumento. Ma si tratta davvero di protezione? Non volendo certo ripercorrere la storia dell’abbigliamento e prendendo in considerazione solo gli ultimi cinquanta/ sessant’anni, la produzione dei capi di vestiario si è di fatto standardizzata su ritmi intensissimi. Con tutta una serie di gravi conseguenze. Tradotto in parole povere si tratta dei soliti, malsani effetti di una ‘turbo’industria sia sull’ambiente sia sulle persone. Quando indossiamo un capo di vestiario, ad esempio biancheria intima, non è infrequente lo svilupparsi di arrossamenti e magari, nei casi più gravi, di dermatiti da contatto. Ma perché? Partiamo innanzi tutto col dire che la pelle regola completamente il fabbisogno termico del corpo umano. Mentre si compie uno sforzo fisico, le ghiandole sudoripare provvedono a raffreddare il corpo attraverso il rilascio di liquidi che altro non sono se non il sudore. Quest’ultimo finisce per essere assorbito dall’abbigliamento indossato, il quale dovrebbe poi favorirne l’evaporazione. Un processo non automatico – abbiamo infatti usato il condizionale ‘dovrebbe’- perché è fuor di dubbio la rilevante presenza, in parecchi casi, di fibre sintetiche e/o componenti artificiali nei capi di vestiario: essi sono responsabili della mancata traspirazione, favorendo il blocco del calore nonché dell’umidità entrambi corporei.

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIO

La nostra pelle diventa ostaggio, insomma, di un’assenza di ventilazione il cui essenziale apporto durante il periodo freddo, leggi: difesa contro il rigore invernale, e nel corso dell’estate, leggi: vettore di umidità, dipende principalmente da ciò che indossiamo. Si parla allora di fibra tessile – ad origine animale, vegetale, chimica - della sua lavorazione – tessuta o a maglia – e, ‘last but not least’, degli strati d’aria intercorrenti tra l’epidermide, la biancheria e l’abbigliamento.

La lana e la seta, ad esempio, producono maggior calore rispetto alle fibre vegetali o sintetiche mentre i tessuti a maglia permettono la formazione di cuscini d’aria, in grado di offrire più isolamento termico rispetto ad altri materiali. Trattenere il sudore all’interno dei vestiti favorisce la formazione di odori e conseguentemente la rapida comparsa di batteri nel liquido di traspirazione. Questo non avverrebbe senza la collaborazione di composti come le già citate fibre vegetali e sintetiche. Non è invece il caso delle fibre animali, della lana, della seta, tutte assieme capaci di assorbire l’odore e di espellerlo mediante il contatto con l’aria, lasciando perciò poche possibilità di insediamento ai batteri stessi. Un bel vantaggio, lo definiremmo.

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Quanto sopra descritto coinvolge l’uomo, gli animali, la natura, pur in una gamma di caratteristiche e di variabili tra loro diverse. Proprio questo coinvolgimento ‘globale’, innescato tuttavia dall’elemento umano, deve farci riflettere sui passaggi necessari a realizzare quanto indossiamo. Per anni il consumatore medio è stato folgorato dalla frenesia dell’acquisto, necessitasse o meno di ciò che comprava.

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIO

Il rapporto instaurato con gli oggetti ed il loro conseguente utilizzo non teneva assolutamente conto di come erano stati prodotti, della relativa durata e dello smaltimento finale. A questi fattori si deve aggiungere, poi, il disinteresse inerente la possibilità di riciclare quanto veniva definitivamente eliminato. Passata la sbornia dell’usa e getta foriera di un devastante impatto ambientale, a causa degli intensissimi ritmi produttivi, è arrivato il tempo di fermarsi a riflettere. Lo stato dell’ambiente, una nuova coscienza più rispettosa verso la natura, la nostra salute ed un portafoglio ‘leggero’ - segno dei tempi - impongono di rifiutare una produzione industriale massificata. Della ‘turbo’ industria, insomma, non sappiamo che farcene. Il consumatore, adesso, si interroga sempre più sulle effettive implicazioni, dirette ed indirette, del prodotto di cui si serve e, fondamentale indice di BIO COSCIENZA, opera una scelta in accordo con la sostenibilità ambientale. Si chiama BIO RAGIONARE.

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIOL’uso di prodotti chimici sul terreno o sugli animali, a fronte di esigenze produttive nel campo delle fibre tessili, comporta il rilascio di sostanze assai pericolose per l’ambiente e per quanti lo abitano. I pesticidi, all’uopo usati, hanno decretato la fine di interi siti agricoli e produttivi mentre le successive trasformazioni delle fibre tessili hanno comportato l’ulteriore impiego di composti chimici, attraverso i diversi trattamenti sviluppati su di esse. Non dobbiamo dimenticare, poi, come l’industria tessile si serva principalmente dell’acqua per la rimozione delle impurità, per l’applicazione dei colori nonché lo svolgimento delle procedure di finissaggio, per produrre, infine, il vapore indispensabile alle lavorazioni suddette. Tali acque, ricche di composti chimici, vengono ovviamente eliminate, innescando una serie di devastanti effetti ambientali poiché il loro scarico avviene, sovente, ‘in barba’ alle molte leggi contro la diffusione di inquinanti ambientali. Il quadro delineato non deve essere considerato una pura esagerazione, un allarmismo sproporzionato, ma solo una breve descrizione della realtà esistente. Purtroppo l’elenco dei problemi non si ferma qui. Vogliamo infatti soffermarci, a grandi linee, sui danni provocati agli addetti ai lavori del settore tessile: danni di carattere medico e danni di carattere sociale, questi ultimi non meno impattanti sulla vita dei lavoratori e delle loro famiglie.

I primi si verificano durante le fasi iniziali dei processi di lavorazione, dove vengono inalate polveri contenenti pesticidi. Proseguendo nelle fasi produttive, il cui svolgimento prevede l’utilizzo di sostanze chimiche e composti organici volatili, con relative emissioni, l’organismo degli addetti ai lavori finisce per subire pesanti alterazioni nei polmoni e nella pelle, evidenziando la comparsa di gravi patologie tumorali. Le stesse che arrivano a colpire, a livello di contatto dermico ma con meno pericolosità, quanti acquistano capi di vestiario così trattati, a causa dell’ineliminabilità - su di essi - di parecchi composti chimici.

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIOSe vi sembra un quadro troppo fosco in un’ Occidente dai solidi principi morali e materiali(forse…), provate a pensare a quali garanzie sociali si possano ottenere in quei paesi/continenti dove vengono decentrate le varie produzioni tessili. Cina, India, Africa, ecc forniscono manodopera a bassissimo costo sottoposta a qualsiasi angheria: cottimo, massacranti orari di lavoro, paghe misere, licenziamento immediato in caso di gravidanza o malattia, persino molestie sessuali considerando il fatto che, nella industria dell’abbigliamento, le donne rappresentano una forte maggioranza. Una situazione, a dir poco grave, soprattutto se pensiamo agli stabilimenti produttivi situati nelle cosiddette aree dedicate alle lavorazioni dei prodotti d’esportazione – Export Processing Zones- una vera e propria manna per le delocalizzazioni.

Spogliamoci dei pregiudizi, vestiamoci di BIOLe imprese straniere vengono infatti attirate lì con la prospettiva di sgravi doganali, esenzioni dalle normative concernenti il lavoro (nessun sindacato, ad esempio) e dalla protezione sociale, lasciando la forza lavoro in completa balia della proprietà. E’la diretta conseguenza di una totale assenza dello Stato.

Capite perché risulta indispensabile BIO RAGIONARE? E capite perché dobbiamo comprare BIO ABBIGLIAMENTO? Speriamo di sì, se non siete ancora BIO CITTADINI.

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 Leggete anche i seguenti articoli sullo stesso argomento:

Ultima fermata per il tessuto sintetico 

Il marchio sulla pelle

La leg(g)enda dei tessuti naturali

 

FONTI
www.bbc.co.uk/specialized schools/design/textiles/fibres
www.nationalgeographic.com/greenliving/natural sources/natural fibres for textiles

http://textechdip.wordpress.com/contents/textile-fiber/

www.globalnaturalfibres.org

www.Wikipedia.org

BIBLIOGRAFIA

Handbook of natural fibres: Types, properties and factors affecting breeding and cultivation (Volume 1)by Ryszard M.Koslowsky