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Il marchio sulla pelle

di Maurizio Marna

Nei precedenti articoli abbiamo sottolineato la notevole importanza di indossare BIO ABBIGLIAMENTO, un comportamento di chiaro rispetto verso la natura ed il nostro corpo. Attualmente molte aziende tessili si stanno rendendo conto, obbligate a farlo dalla crisi generale, della sempre maggiore richiesta di prodotti BIO esistente sul mercato. E di conseguenza si pongono la fatidica domanda: perché non convertirsi al concetto di sostenibilità ambientale?

Tali realtà imprenditoriali cercano, quindi, un’uscita di sicurezza alla stagnazione economica e se da una lato lo si può ovviamente comprendere, dall’altro appare un ‘facile’ rimedio per mettere a posto i conti. Si sale insomma sul carro del vincitore, il BIO, senza però comprenderne la reale importanza. Noi BIO consumatori come possiamo essere sicuri, allora, di acquistare capi di abbigliamento ecologicamente sostenibili? Siamo in grado, poi, di trovare conferme nel fatto che il prodotto finito sia realmente rispettoso dei canoni BIO, sin dalla coltivazione agricola? Quali rassicurazioni abbiamo sull’affidabilità concernente l’intera filiera, quali certezze ci vengono date sulla qualità BIO certificata del capo indossato? Sono numerosi interrogativi a cui non è facile dare una risposta univoca, proveremo comunque a farlo nel solco della correttezza delle informazioni a nostra disposizione.

 

Il marchio sulla pelleNon esistendo una previsione legislativa ‘ad hoc’, inerente il comparto del tessile – abbigliamento naturale, il BIO consumatore italiano può trovare marchi di qualità emessi da organismi privati collettivi(anche internazionali) o emessi da quegli stessi enti certificatori, già operanti nei settori della produzione biologica. A dire il vero, esiste un’assai parziale copertura normativa di cui si servono i suddetti enti ed è il Regolamento CE 834/2007 (con successive modifiche), relativo proprio alla produzione biologica. In sostanza solo la BIO agricoltura / allevamento, fornitori di materie prime quali cotone, lana, seta ecc, sono protette dalla legge. E cosa succede all’estero? il tessile – abbigliamento naturale riceve lì apposite tutele normative?

Oltreconfine la situazione è più o meno simile alla nostra e per questo, nel corso degli anni, grandi associazioni private di produttori si sono riuniti in consorzi, dando così vita ad importanti eco marchi internazionali. Abbiamo, allora, quattro grandi associazioni tessili in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone dalle quali proviene l’etichetta GOTS - mediante il GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD (GOTS,appunto) si fissano criteri di certificazione standard biologica – così come abbiamo la tedesca Internationaler Verband der Naturtextilwirtschaft o IVN (Associazione internazionale dell’industria tessile naturale), i cui marchi Naturtextil IVN e Naturtextil IVN best attestano l’ECO compatibilità del prodotto.

Essi sono indispensabili per cercare di fornire buone rassicurazioni ai consumatori, chi con regole più severe chi con dettami meno austeri ma pur sempre validanti, su un abbigliamento davvero naturale. Tali marchi, lo ripetiamo, sono di derivazione privata e senza valenza legislativa( a meno dell’iniziale coinvolgimento del succitato Regolamento CE 834/2007 e successive modifiche), privi perciò di quella deterrenza punitiva prevista dalle leggi.

L’etichetta GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD(GOTS) identifica un prodotto tessile naturale, rispondente a basilari esigenze di sostenibilità ambientale e ad un alto livello di eco tecnologia realizzativa. I marchi Naturtextil IVN e Naturtextil IVN best riconoscono la validità di questa filosofia produttiva, la sviluppano ulteriormente, ne definiscono nuovi ambiti applicativi sino ad arrivare ad un’assai più rigida concessione della propria etichetta. Ciò riguarda, in particolar modo, il Naturtextil IVN best. Le prime differenze si notano, ahinoi, quando si ammette, ad esempio, che i calzini, le pantacalze(!), l’abbigliamento sportivo possono adoperare fino al 25% di fibre sintetiche(GOTS). Il perché non appare chiaro ma è presumibile che la loro specificità produttiva comporti una tale deroga mentre, per il resto dell’abbigliamento naturale, gli stessi GOTS e Naturtextil IVN prevedono l’impiego di almeno il 70% delle fibre vegetali o animali, derivanti quindi da agricoltura/allevamento biologici.
Non il massimo, si direbbe, sul versante BIO.

Il marchio sulla pelleSe parliamo di agricoltura/allevamento biologici dobbiamo ancora familiarizzare con termini in lingua tedesca, poiché la Germania è stata una pioniera nel settore. Ecco dunque la frequente possibilità di imbatterci, parlando dei suddetti tre marchi certificativi, in sigle come kbA (kontrolliert biologische anbau), corrispondente ad agricoltura biologica controllata, e kbt (kontrolliert biologische tierzucht), equivalente ad allevamento biologico controllato. Ciò è dovuto ad una profonda cultura ambientale che si è grandemente radicata in Germania, eccellendo sul versante della produzione alimentare. Nel tessile il comparto manifatturiero tedesco, purtroppo, è diminuito sensibilmente durante gli ultimi decenni e ciò ha riguardato anche le attività di produzione locale, nonostante vi siano adesso segnali in controtendenza.

Quindi è venuta a mancare un’eccellenza produttiva ma non la richiesta di abbigliamento BIO e ci si è dovuti affidare a produzioni straniere - spesse volte delocalizzate – con tutti i rischi relativi ad una produzione inquinata da sostanze chimiche e da condizioni di lavoro assai degradanti. Mancando un’efficace azione di coordinamento, ad opera di organismi nazionali tedeschi e per quanto riguarda i controlli su tali importazioni, esse hanno generato consistenti flussi di prodotti con cui si è proceduto comunque a soddisfare la domanda interna. Cionondimeno la sensibilità ecologica del consumatore tedesco è rimasta sempre alta, la sua vigilanza estremamente significativa. Egli vuole rassicurazioni sul fatto che la maglietta, i pantaloni, la camicia, ecc da indossare siano frutto di lavorazioni eco sostenibili e socialmente rispettose dell’apporto umano. Ecco spiegato il motivo della nascita nel tempo dei suddetti marchi, nascita che non ha potuto esimersi dal fondamentale contributo della Germania.

GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD (GOTS) e Naturtextil IVN/Naturtextil IVN best seguono, di principio, una comune filosofia di controlli, l’ultima ampliando il raggio d’azione e al contempo restringendo le possibilità, in capo alla filiera produttiva tessile, di ottenere il marchio ‘eco compatibile’. Il concetto alla base è che - come già da noi descritto in precedenti articoli – nelle fibre naturalmente coltivate non vi siano né concimi né composti, entrambi di tipo chimico, utilizzati per qualunque scopo di protezione della pianta. Lo stesso principio si applica all’allevamento così da non alterare i cicli naturali di sviluppo/crescita degli animali. Dalla coltivazione naturale delle piante e dall’allevamento del bestiame non deriveranno, allora, nocive contaminazioni dei terreni, delle risorse idriche, dell’aria, rispettando le BIO diversità e mantenendo inalterata la genetica dei vari soggetti.

Il processo di lavorazione perseguirà anch’esso identico, virtuoso tracciato qualora ci si limiti ai soli trattamenti termico -meccanici delle fibre, se ne effettui lo sbiancamento solo attraverso l’ossigeno e si vieti la clorurazione della lana. Inoltre la colorazione nonché la stampa dei tessuti contempleranno l’uso di sostanze neutre sotto il profilo ambientale, all’uopo indicate dagli enti di certificazione: perciò i colori contenenti metalli pesanti tossici o alte percentuali di azoto, i solventi, ecc saranno espressamente vietati e la stessa sorte toccherà a tutta una serie di altri composti chimici (formaldeide, cloruri, fenoli e altri). Sembra persino superfluo affermare, non lo è di certo, che quanto adoperato, in fase di realizzazione del prodotto, debba essere biodegradabile ed ecologicamente integrabile con l’aria, l’acqua, il suolo.

Nelle parti in metallo(cerniere, bottoni) occorre evitare il cromo o il nichel, perché la pelle non si irriti o si evidenzino profonde allergie. Occorre altresì garantire, sotto il profilo della qualità, la rispondenza del capo di abbigliamento a caratteristiche quali la resistenza al sudore, alla saliva, alla luce, ai ripetuti lavaggi ed al restringimento. In sostanza quello che indossiamo si deve conformare a tutta una serie di parametri chimico-fisici, inerenti sia la nocività alla salute umana sia il danno alla natura. Ma la citata salute umana non riguarda solamente il consumatore, coinvolgendo evidentemente chi è addetto alla realizzazione dei tessuti. L’“International Labour Organisation” fornisce all’etichetta GOTS i requisiti indispensabili per il rispetto delle condizioni lavorative degli addetti: nessun trattamento di schiavitù, proibizione del lavoro infantile, divieto di maltrattamenti e discriminazioni, tutela della salute, giuste retribuzioni, protezione giuridica dell’attività lavorativa, libertà sindacali. Se in Occidente le tutele dei lavoratori sembrano la normalità – eppure anche qui si comincia a porre in dubbio la sussistenza di alcune - nei paesi in via di sviluppo esse rappresentano un passaggio epocale. E’un discorso che si collega strettamente con il commercio equo solidale, anzi ne esprime la base costitutiva.

Il marchio sulla pelle

 Il marchio Naturtextil IVN best rappresenta, come in precedenza sottolineato, il certificato più rigoroso, il più esigente verso il pieno rispetto della natura e dell’uomo. Le regole fissate dall’Internationaler Verband der Naturtextilwirtschaft o IVN (Associazione internazionale dell’industria tessile naturale) sono assai superiori a quelle del GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD (GOTS), migliorative anche rispetto al Naturtextil IVN. Il reale punto di svolta è l’aver fissato al 100% la presenza di fibre naturali, eco certificate, nei prodotti tessili. Il resto viene di conseguenza con un ulteriore restrizione delle sostanze ammesse nella colorazione, di altri composti chimici eventualmente impiegati durante le successive fasi produttive, di materiali adoperati su decorazioni ed accessori. Tutto a posto dunque? Tutto a posto e niente in ordine, si potrebbe rispondere. Se da una parte l’empireo olimpo delle certificazioni succitate ha indubbiamente accolto la ‘crema’ delle aziende tessili, dall’altra vi sono ancora tantissime realtà imprenditoriali fuori contesto. Un contesto che richiede lungimiranza di vedute, investimenti, formazione del personale, garanzia di salvaguardia dei relativi diritti, tutela dell’innovazione tecnologico-produttiva, politiche manifatturiere di successo. Un lungo elenco, insomma, di specificità aziendali non alla portata di tutti. Su quale versante si deve collocare allora, tenendo conto di quanto si è appena detto, il nostro paese? Secondo le rilevazioni dell’Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale(ICEA), una delle ‘major’ nel settore, vi sono quasi 300 aziende del comparto tessile - abbigliamento certificate. Attenzione però!

Il tessile a marchio eco compatibile risulta essere numericamente superiore all’abbigliamento certificato e la ragione di ciò si può identificare nella presenza, da noi più che altrove, dei cosiddetti ‘compartimenti stagni’ lungo la filiera produttiva.

Qualche esempio: un produttore di cotone, con marchio biologico, lo vende ad un’azienda di filatura/tessitura non BIO certificata che, a sua volta, inquina chimicamente la materia prima fornita durante le lavorazioni di processo. Oppure il cotone fornito non è biologico o magari chi produce la maglietta, camicia, ecc, usando materia prima a marchio BIO, ne danneggia le peculiarità.

Il problema, come descritto a pagina 1 di questo articolo, deriva dalla mancanza di una normativa ‘ad hoc’ a livello nazionale/ internazionale, fermandosi la legge solo alla protezione delle BIO produzioni agricole(cotone, lino, canapa ecc) e dei BIO allevamenti (ad esempio,lana). L’ICEA non può che mettere in risalto tale vuoto legislativo contemplando, nella certificazione del tessile - abbigliamento, l’adozione dello standard internazionale GOTS (Global Organic Textile Standard). Vediamo come si muove l’Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale nell’assegnare il marchio di eco compatibilità.

Il marchio sulla pelle

Innanzitutto il marchio ‘abbigliamento biologico’ implica un controllo completo, secondo quanto previsto dal Global Organic Textile Standard, dell’intero processo produttivo: dal campo di cotone alla maglietta, insomma… Non sempre le aziende – i motivi sono facilmente intuibili – sono disposte a percorrere tutto l’iter certificativo e si fanno riconoscere, al massimo, l’aver utilizzato materia prima a marchio BIO. ICEA inizia i propri riscontri con una prima verifica, solo documentale, recandosi poi presso l’azienda richiedente per i controlli ispettivi. Gli stessi controlli vengono effettuati nei confronti dei cosiddetti terzisti, di cui l’azienda medesima si serva. Particolare cura viene data, inoltre, alle analisi sui campioni mediante test di carattere chimico nonché fisico, mirando l’intera fase ispettiva ad accertare che:

1. il prodotto tessile sia stato ottenuto da fibre naturali coltivate, in conformità alle disposizioni del Regolamento CE 834/2007 e successive modifiche o dell’equivalente National Organic Program adottato negli USA

2. il successivo impiego e trattamento delle materie prime, ottenute dall’agricoltura biologica, sia avvenuto in conformità dei principi ambientali e sociali descritti nel GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD (GOTS)

Siamo di fronte ad un livello medio di attestazione certificativa, se teniamo conto di quanto siano specifiche le normative sulle produzioni biologiche e quanto, rispetto alle prime, siano generali i criteri del GOTS. Eppure certificare il settore del tessile – abbigliamento presenta varie difficoltà, anche gravi.

Il marchio sulla pelle

Le più serie sono rappresentate dal sempre attuale pericolo di contaminazioni dell’agricoltura BIO, ad opera di fattori come terreni limitrofi non BIO coltivati e perciò dannosi apportatori di sostanze inquinanti(OGM compresi). A ciò si deve aggiungere la scarsa tracciabilità del processo manifatturiero, di cui citiamo uno dei tanti paradossi verificatisi. Una grossa partita di cotone proviene dalla Cina, viene poi filata in India, arriva in Europa per ulteriori lavorazioni e finisce per essere rimandata di nuovo in Asia, dove verrà prodotto il capo di abbigliamento finale. Quali sono gli strumenti a disposizione per seguire questo vorticoso viaggio? Purtroppo nessuno poiché i troppi passaggi effettuati rendono vano qualsiasi intervento di controllo, favorendo un ‘delirio logistico’ nei trasporti e un tremendo impatto sul consumo di risorse ambientali. UNO SPRECO INTOLLERABILE. Se Esopo – il celeberrimo novelliere dell’antica Grecia, autore di ficcanti racconti sugli animali dove, in realtà, è l’uomo ad essere messo alla berlina - vivesse nella nostra epoca, fustigherebbe il comportamento umano stavolta anche con l’ausilio delle piante. Forse rielaborerebbe così un famoso detto, non del suo tempo, facendogli esclamare all’unisono: “dove passa l’uomo non cresce più l’erba e nemmeno la lana!”

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FONTI
www.naturtextil.de - www.global-standard.org - www.bioland.de – www.demeter.net – www.icea.it - www.naturtextil.com -

Linee guida per la certificazione dei prodotti tessili biologici (GOTS), file in pdf di BIOAGRICERT

Schema di Certificazione GLOBAL ORGANIC TEXTILE STANDARD, file in pdf a cura dell'ICEA, Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale


regolamento CE 834 del 2007 su eur-lex.europa.eu/Lex, file in pdf