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Il Glifosato non è tossico, lo dice l’industria agrochimica

pesticide spraying show

di Patrizia Marani

E gli enti regolatori europei ne autorizzano la commercializzazione in Europa. Un’inchiesta commissionata da alcuni parlamentari europei conferma che il via libera al glifosato degli enti regolatori si è basato sul report di tossicità fornito dalle industrie produttrici stesse. Com'e' possibile? 3a PUNTATA

Di conseguenza, il 15 gennaio scorso, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che richiama i governi europei e, soprattutto, la Commissione a rendere il processo di autorizzazione alla commercializzazione dei pesticidi più rispettoso del diritto europeo stesso, che si propone di tutelare la salute dei cittadini e l’ambiente. Per comprendere quali sono le falle del processo europeo di autorizzazione alla messa in commercio dei prodotti chimici e gli enormi interessi in gioco, ripercorriamo i punti di svolta dello scontro istituzionale al fulmicotone avvenuto negli USA e nella UE fra 2015 e 2016 e culminato nella quinquennale autorizzazione concessa al glifosato. 

20 marzo 2015. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica il glifosato, l’erbicida più usato al mondo, come probabile cancerogeno per l’uomo. La notizia è sconvolgente: “Il glifosato, in commercio da 40 anni, è presente in non meno di 750 prodotti venduti da un centinaio di aziende in più di 130 paesi” (Le Monde, Monsanto Papers, la guerre du géant des pesticides contre la science). 
Da quel momento, si scatena l’attacco più infame e la peggiore macchina del fango mai vista in azione contro uomini e donne di scienza, colpevoli solo di aver svolto il loro lavoro in modo indipendente. Nel mirino, l’Agenzia stessa, ma pure l’Istituto Ramazzini, il prestigioso centro bolognese di ricerca sul cancro diretto da Fiorella Belpoggi, reo di aver messo il glifosato sotto la propria lente.

In quei due anni, inoltre, un ente regolatore dopo l'altro si affretta a smentire la classificazione IARC sulla base di prove scientifiche fornite per lo piu' dall'industria agrochimica, come e' ormai acclarato.

Da cinquanta anni IARC redige l’inventario delle sostanze in commercio, classificandole secondo il grado di cancerogenicità. Dopo il 20 marzo, l’agenzia ha rischiato di perdere i finanziamenti degli stati europei e degli istituti americani a causa dell’accusa avanzata da Monsanto di fare “scienza spazzatura, senza analisi approfondita, di scegliere selettivamente solo i dati che supportano la propria tesi, mossa da pregiudizi”, e via dicendo. Ma è veramente così? E se non lo è, come può impunemente un’azienda gettare fango su una delle più venerande e prestigiose istituzioni mondiali mai create a tutela della salute umana, che opera sotto l’egida dell’OMS, minacciandone addirittura la sopravvivenza?

IL POTERE DEI SOLDI

MONSANTO E LA CORRISPONDENZA SEGRETA Nel 2015, Monsanto Co aveva parecchia carne al fuoco. Si stava preparando al lancio negli USA di un nuovo erbicida, il Dicamba, che avrebbe dovuto compensare la perdita del brevetto sulla soia geneticamente modificata Roundup Ready, proprio in scadenza quell’anno.

Ma soprattutto era in gioco, e su due continenti, il rinnovo della licenza per il glifosato, il principio attivo dell’erbicida Roundup, senza il quale la sopravvivenza stessa del moloch dell’agrochimica sarebbe stata in pericolo.

CAMPAGNA MEDIATICA Grazie al migliaio di processi intentati contro Monsanto dopo la classificazione IARC da persone che si ritengono danneggiate dal glifosato, sono venuti alla luce illuminanti documenti interni, che la società è stata costretta a trasmettere alla giustizia americana. Siffatti documenti rivelano che già nel 2014, l’azienda stava concertando una campagna mediatica per stroncare l’atteso responso negativo di IARC. Una talpa aveva soffiato in anticipo la notizia Monsanto. E quella talpa fu l’EPA stessa, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente americana. Com’è possibile?

Monsanto, ricordiamolo, ha alle spalle decine d’anni di esperienza in tattiche di denuncia e discredito degli scienziati “avversari” per convincere regolatori, mass media e consumatori dell’innocuità dei propri prodotti, dalle diossine ai temibili PCB e, ora, al glifosato. Piccoli eserciti di promotori di Monsanto e altre industrie influenti, collaborano con il settore di Pubbliche Relazioni delle aziende interessate e sono disseminati per tutti i social-media.

Siti web di organizzazioni “accademiche”, blog di “ scienziati indipendenti”, pagine Facebook, account Twitter promuovono attivamente gli interessi di potenti multinazionali, senza tuttavia rivelare le collaborazioni in essere. Per scoprire i collegamenti con l’industria di associazioni, fondazioni, blogger e accademici vari sedicenti indipendenti non rimane, talvolta, che seguire la pista del denaro: le denunce dei redditi pubblicate on line.  

INQUINAMENTO DEI RISULTATI SCIENTIFICI: GHOSTWRITING AZIENDALE E STUDI PUBBLICATI SU RIVISTE SCIENTIFICHE DA SCIENZIATI COMPIACENTI A LIBRO PAGA MONSANTO

Documenti interni alla Monsanto svelano come l’azienda sia riuscita a contrapporre studi a suo favore contraffatti a quelli sfavorevoli di scienziati indipendenti, creando confusione e sconcerto nei cittadini e un comodo supporto pseudoscientifico per gli enti regolatori che, come dimostreremo, erano suoi complici. Diverse email del 1999 rivelano la ricerca (e successivo reclutamento) di “scienziati altamente credibili” che potessero aiutare la multinazionale a respingere l’accusa di genotossicità del glifosato, emergente da numerose recenti pubblicazioni scientifiche. Guarda caso, alcuni studi in seguito “provano” che il glifosato NON è genotossico…missione compiuta! E che l’azienda non si affidi alla ricerca scientifica indipendente per fornire la prova dell’assenza di genotossicità del glifosato, dimostra una consapevolezza del problema sanitario che il glifosato comporta e.. un’indifferenza per le conseguenti sofferenze umane. 

E’ a questo primo successo che un dirigente Monsanto, si richiama quando molto tempo dopo scrive: “Per tenere bassi i costi, lo studio lo scriviamo noi, come avvenne nel 2000, loro devono solo correggerlo e apporvi le firme, per così dire”. Comunicazioni email del 2013, ottenute dall’associazione per la difesa dei consumatori “US Right to Know” tramite richiesta FOIA (Freedom of Information Act), invitano 9 professori universitari a dare inizio a una campagna di promozione degli OGM. Tutto il progetto sarebbe stato gestito da due organizzazioni, che avrebbero fatto pubblicare e promosso gli articoli, organizzato lectio magistralis, webinars etc. Per questa operazione, Monsanto era alla ricerca di un’”élite” di scienziati, “i migliori messaggeri possibili”. Nel 2014, gli articoli sono già in circolazione.

“Vi è un forte sospetto che la scrittura occulta di studi scientifici da parte di Monsanto, a firma di vari scienziati, abbia infettato la letteratura scientifica, scrive la giornalista investigativa Carey Gillan (Whitewash, 2017). Monsanto è il burattinaio occulto dietro la pubblicazione di articoli scientifici con esiti a essa favorevoli”.

Il responso IARC era molto temuto, perché poteva influenzare i regolatori proprio in quell’anno cruciale per le politiche aziendali, mettendo in grave pericolo la gallina dalle uova d’oro, cioè il glifosato. Nell’ottobre 2014, uno scienziato della società solleva in un’email la necessità di individuare gli alleati nella “lotta” e di formulare un piano di attacco. Il costo totale di tutto il piano, benché il lavoro di scrittura di studi e documenti dovesse essere realizzato in gran parte da scienziati interni, è valutato sui 200-250 milioni di dollari.

I dirigenti Monsanto si attendono una classificazione del glifosato come “possibile cancerogeno”(IARC l'ha invece classificato 'probabile'). I documenti mostrano che l’azienda non aspetta la decisione dell’agenzia dell’OMS prima di agire, ma gioca d’anticipo. Arruola squadre di PR, lobbysti e scienziati e scatena una grandinata di denunce e di smentite contro il verdetto. L’obiettivo? Gettare discredito su di esso e sugli scienziati autori della cosiddetta ‘monografia 112’ stilata a seguito della revisione.

La macchina del fango è febbrilmente al lavoro. La pista di documenti interni rivela senza fallo che la controversia, lungi dall’essere animata da un coro di voci autentiche, è stata fabbricata da Monsanto. La multinazionale, in un memo del febbraio 2015, delinea il piano. I mantra ripetuti nei documenti aziendali sono “condurre una campagna mediatica e di social media”, “identificare esperti terzi per scrivere blog, opinioni, postare tweet, ritweettare”, pubblicare articoli con firme autorevoli segretamente redatti da scienziati interni e coinvolgere le associazioni di agricoltori per svolgere un’azione di lobby a favore del rinnovo.

Così, infatti, è accaduto in Europa: le associazioni degli agricoltori si sono schierate a favore del rinnovo, adombrando pure minacce legali contro la Commissione. Nessun colpo è stato ritenuto troppo sleale, neppure quello di cercare di far tagliare i finanziamenti all’agenzia dell’OMS e di martellarne il direttore con richieste di ritrattazione. Ma la pressione più forte avrebbe dovuto esercitarla un panel di 16 scienziati “indipendenti” (10 erano in passato stati consulenti Monsanto, mentre 2 erano ex impiegati), arruolati dall’azienda per cancellare “ il grave stigma” della classificazione. Il gruppo di studiosi è al lavoro dalla metà di luglio 2015 e a dicembre emanano la loro “inattesa” valutazione: IARC ha torto marcio.

GLI ENTI REGOLATORI AMERICANI SI SCHIERANO CON MONSANTO

IL CASO EPA Pure l’EPA ha, nel frattempo, prodotto prove a supporto della Monsanto, dicendo di aver esaminato 32 studi e di non aver trovato prove di interferenza endocrina e cancerogenesi: il glifosato è sicuro. Un’analisi degli studi valutati rivela che solo 5 erano indipendenti, di cui 3 hanno tratto conclusioni sfavorevoli. Negli altri 2, i risultati avrebbero potuto suggerire che l’esposizione al glifosato fosse pericolosa, ma allorché gli animali contraevano malattie o morivano, gli scienziati liquidavano i risultati definendoli non validi (C. Gillam, Whitewash, 2017).

L’ Environmental Protection Agency (EPA), infine, pubblica il cosiddetto esame CARC, in teoria, l’esatto contraltare di quello di IARC. Ma nei fatti? L’esito è favorevole al glifosato. Come dubitarne? Il CARC presenta, tuttavia, due “lievi” problemi.

Uno, si basa su studi mai pubblicati su riviste scientifiche, anzi, coperti da segreto commerciale perché di proprietà di Monsanto o di altre corporation dell’agrochimica. Com’è possibile basare la classificazione di pericolosità o meno di un composto chimico su studi finanziati dalle aziende che hanno messo a punto il composto stesso e che addirittura non sono consultabili, perché coperti da segreto commerciale, ne’ da altri scienziati ne’ dai cittadini, che sono i destinatari di tale sostanza? Non si tratta di un patente conflitto d’interessi? Eppure, i regolatori sui due continenti, come vedremo, disciplinano le sostanze chimiche in gran parte sulla base di studi realizzati o finanziati dall’industria stessa.

Come se ciò non bastasse, il responso CARC presenta un altro non piccolo neo: il gruppo di lavoro responsabile dello studio era presieduto da un uomo Monsanto, Jess Rowland. Non appena viene a galla la collaborazione pluridecennale, il funzionario, da ventisei anni in carica all’EPA, è costretto a dimettersi. Oltre a influenzare a favore di Monsanto l’importante esame CARC, è facile indovinare chi sia stata la talpa che ha soffiato all’azienda l’imminente classificazione negativa targata IARC.

E non c’è certo da stupirsi che l’Environmental Protection Agency sia stata sempre supina di fronte agli interessi Monsanto. Valutazioni di non tossicità basate su studi realizzati dalla Monsanto o dalle grandi industrie del settore in genere (the Big 6), porte girevoli, scienziati a libro paga: tale situazione è l’ordine del giorno per quanto riguarda gli enti regolatori americani. Documenti interni della Monsanto, ottenuti dai tribunali nel corso delle cause in atto, hanno rivelato innumerevoli legami fra gli enti regolatori (EPA, FDA, USDA, etc) o scienziati che lavorano per università pubbliche, stipendiati dunque dai contribuenti americani, e Monsanto. Da alcune email ottenute dall’organizzazione US Right to Know attraverso la Legge per il Diritto d’Informazione (FOIA) emerge che studi pubblicati su riviste scientifiche e firmati da ricercatori apparentemente specchiati e indipendenti erano stati segretamente scritti da scienziati Monsanto (C. Gillam, Whitewash, 2017).

E’, quindi, la tattica delle collaborazioni occulte, non dichiarate, fra alcuni scienziati e industria quello che crea tanta confusione e sconcerto nei cittadini. Dal tabacco all’amianto, dai PCB ai Pfoa (DuPont) etc. la scienza pare divenuta ormai poco più di mera opinione: colossali interessi di parte la ostacolano nella sua ricerca della verità per il bene e il progresso umano.

Ma in Europa, la situazione è davvero diversa? La risposta alla prossima puntata della serie "Glifosato nel piatto, cancerogeno o no?"

FONTI ON LINE

Le Monde, Monsanto Papers, la guerre du géant des pesticides contre la science

Minacce a IARC 

RISPOSTA IARC ALLE MINACCE 

Environmental Protection Agency (EPA): esame CARC

US RIGHT TO KNOW e le inchieste sul glifosato dell'organizzazione

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Whitewash, The story of a weedkiller, cancer and the corruption of science, Carey Gillam

ALTRE PUNTATE DELLA SERIE "GLIFOSATO, CANCEROGENO O NO"? 

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IARC, ancora sotto attacco, 4a puntata

PER APPROFONDIMENTI

ISTITUTO RAMAZZINI, LO STUDIO GLOBALE SUL GLIFOSATO