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Piatti (o biberon) di plastica? No, grazie!

di IlReèNudo

Plastic cups

Abbiamo già scritto tanto noi di Perché Bio sulla plastica, ma ora desideriamo approfondire assieme a voi la conoscenza di articoli d’enorme diffusione: stoviglie e posateria in plastica. Che cosa ci mangiamo o beviamo, assieme ad alimenti e bevande, quando usiamo piatti, bicchieri e posate di plastica?

plastic forksCONTAMINANTI DEI PIATTI DI PLASTICA

E’ scientificamente provato che dei contaminanti utilizzati nella produzione del materiale possano migrare dai recipienti in plastica nei cibi o bevande in essi contenuti, contaminandoli. Ciò è tanto più vero per quanto riguarda i piatti, nei quali sono posti alimenti ad alte temperature. L’alta temperatura - >70°C – non è l’unica condizione che può causare tale indesiderata migrazione, ma anche la presenza d’ingredienti grassi o salini o con un pH acido.

In altri articoli abbiamo messo a fuoco la cosiddetta migrazione di ftalati rilasciati dalla plastica delle bottiglie, anche quelle in PET, il materiale più diffuso usato per le bottiglie dell’acqua minerale il cui nome scientifico è, infatti, polietilentereftalato. In questo articolo vogliamo richiamare la vostra attenzione su due composti utilizzati nella fabbricazione dei piatti di plastica di policarbonato (numero di riciclaggio PC) o a base di resine melamminiche: il Bisfenolo A (o BPA, numero di riciclaggio 7) e la melammina.

Dalla mensa aziendale a quella scolastica (un numero sempre maggiore di scuole sta adottando alternative più sicure, è vero) o delle feste popolari, l’uso dei piatti di plastica è enormemente diffuso. Il problema NON è unicamente di tipo ambientale, come viene sovente enfatizzato, vale a dire nell’impossibilità di riciclaggio della plastica n°7.  Come se ciò non bastasse, emettono sostanze dannose per la salute. I piatti di plastica, infatti, rilasciano tracce di:

- Bisfenolo A - un interferente endocrino, tanto più pericoloso se ingerito dai bambini;
- Melammina – una sostanza nefrotossica (tossica per i reni) e con “sufficiente evidenza” di cancerogenicità negli animali sperimentali – definizione IARC – perché mancano attualmente studi sull’uomo;
- Formaldeide, “un agente di accertata azione cancerogena per l’uomo sia dalla Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) che dal National Toxicology Program (NTP) americano, risultato che l’Istituto Ramazzini (di Bentivoglio, il centro di ricerca indipendente che ha recentemente accertato la tossicità dell’aspartame, NdA) aveva anticipatamente dimostrato già nel 1989 e confermato nel 2002”.

Plastic dishes

Il BISFENOLO A

Il Bisfenolo A (BPA), che la scienza ha dimostrato essere un potente interferente endocrino, è sempre più diffuso nei nostri ambienti di vita. E’ uno dei componenti del policarbonato (PC), ma anche di altri tipi di plastiche e resine.

E’ presente in una vastissima gamma di prodotti di consumo di plastica (oltre che nei cosmetici): “biberon, contenitori (soprattutto di PC) e pellicole usati per PPlastic small Achillingsoulconservare gli alimenti, carte di credito, protesi dentarie, lattine per le conserve, imballaggi di plastica, PVC, ecc… Residui di BPA sono presenti anche nelle resine epossidiche usate per produrre pellicole e rivestimenti protettivi per lattine e tini. Il BPA può migrare in piccole quantità nei cibi e nelle bevande conservati in materiali che lo contengono.”

COME AGISCE IL BISFENOLO A ? Il BPA imbroglia il nostro sistema endocrino sostituendosi agli ormoni naturali e mandando agli organi dei "messaggi" errati. L’esposizione al BPA, talvolta sin dal periodo prenatale nel ventre materno, è messa in relazione all’aumento dei casi di pubertà precoce nelle bambine e di ginecomastia nei bambini maschi, nonché del rischio di “cancro della prostata negli uomini e di endometriosi, di ovaio policistico, di carcinoma della mammella, aborti spontanei e parti prematuri nelle donne.”

“Le prime evidenze dell’interazione del BPA con il sistema neuroendocrino in animali sperimentali risalgono alla fine degli anni 30”. Negli ultimi 20 anni, una lunga teoria di studi ne ha rilevato l’azione sul sistema endocrino e il BPA è stato rilevato nel latte materno, nel liquido amniotico e nel sangue del cordone ombelicale, nonché nella saliva, urina e nel siero di persone dal Nord America all’Europa e all’Asia.

BPA E BIBERON

Solo nel 2011, l’Unione Europea ha vietato l’uso di BPA nei biberon, ma uno studio del 2012 ha identificato e rilevato la migrazione di numerosi composti che avrebbero sostituito il policarbonato, fra cui lo stesso Bisfenolo A.

Vediamo in dettaglio i risultati dello studio che aveva l’obiettivo di identificare e quantificare la “migrazione di composti chimici dalla plastica dei biberon presenti sul mercato dell’Unione Europea fatti di materiali che sono ora presenti come sostituti del policarbonato (PC)”. Sono state analizzati e sottoposti al test convenzionale di migrazione in condizioni di riempimento con liquido caldo 277 tipi diversi di biberon reperiti in 26 paesi dell’UE, Canada, USA e Svizzera di numerosi esempi di materiali plastici: policarbonato, poliammide, polieterosulfone, polipropilene (PP), silicone e, dagli USA, un co-poliestere commercializzato con il marchio Tritan. Le plastiche che hanno emesso il più alto numero e la maggior quantità di sostanze sono state quelle in silicone e in PP (alcani e derivati del benzene). Sostanze rilevate regolarmente sono state i plastificanti, gli esteri e gli antiossidanti. Alcune sostanze rilevate non sono incluse nella lista dei composti positivi della UE.

Plastic baby bottle

Queste le conclusioni dello studio, con la determinazione dei livelli di sostanze presenti in microgrammi per kg corporeo: “Tali sostanze includevano 2,6-di-isopropilnaftalene (DIPN), presente nel 4% delle bottiglie a livelli fino a 25 µg kg⁻¹, i 2,4 terz-butil difenili (nel 90% delle bottiglie a livelli fino a 400 µg kg⁻¹). Inoltre, il bisfenolo A (BPA) è stato individuato e quantificato in biberon di PA (poliammide, NdA), ma limitato a una marca e modello specifici (ma con la dicitura BPA free – senza BPA - in etichetta). I risultati per i biberon in silicone indicavano la presenza di composti potenzialmente provenienti dagli inchiostri (benzofenone e DIPN, che potrebbero derivare dalla presenza del foglietto per le istruzioni). Nel caso del silicone, sono stati trovati ftalati in concentrazioni rilevanti, con livelli di DiBP e DBP dal primo test di migrazione fra i 50-150 µg kg⁻¹ e DEHP a livelli di 25-50 µg kg⁻¹.”

Nel 2006 la European Food Safety Authority – EFSA – ha rilevato gli effetti endocrini del BPA, stabilendo una dose massima tollerabile giornaliera di 0,05 milligrammi  per chilogrammo di peso corporeo, una dose elevatissima e, infatti, ridotta recentemente a 0,005 ovvero 5 microgrammi. Nel gennaio del 2015 sono stati resi noti i risultati di una rivalutazione dell’EFSA della tossicità del BPA, secondo la quale i livelli di “esposizione attraverso la dieta o una combinzione di fonti (dieta, polvere, cosmetici e scontrini fiscali)” – sì, anche quelli – “è notevolmente sotto i livelli di sicurezza”, tuttavia ulteriormente ritoccati a 4 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo per giorno.

La stessa EFSA riconosce effetti del BPA sulla ghiandola mammaria, il sistema riproduttivo, metabolico, immunitario e neurocomportamentale.

Quindi, piatto, bicchiere o posate di plastica, soprattutto nelle mense scolastiche, no, grazie! Biberon di plastica? Capisco la comodità rispetto al vetro, ma direi sia meglio non rischiare.

COSA POSSO FARE IO

Adottare il principio di precauzione e, se non allattato al seno, allattare con biberon IN VETRO.

Fornire al tuo bambino ogni giorno per la mensa scolastica posate di acciaio e piatti di ceramica che riporterà da lavare la sera a casa.

BIBLIOGRAFIA

No consumer health risk from Bisphenol A exposure, EFSA 2015

Identification and quantification of the migration of chemicals from plastic baby bottles used as substitutes for polycarbonate   Simoneau C1, Van den Eede L, Valzacchi S.

Contenitori per Alimenti, l’uso delle plastiche nell’industria alimentare, Michela Padovani, ricercatrice del Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni, Ramazzini News N°2/2014 www.ramazzini.org

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