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La catena della vita

I nostri rifiuti rientrano in noi attraverso gli animali, i vegetali e l’acqua di cui ci nutriamo, perché l'essere umano non vive in isolamento, ma è un anello della lunga catena della vita. Ne consegue che l'acquisto consapevole e una corretta gestione dei rifiuti sono azioni strettamente collegate al benessere e alla sopravvivenza nostra e dei nostri figli.

L'emergenza rifiuti che è sotto gli occhi di tutti trae origine da tre aspetti principali strettamente collegati che caratterizzano la demografia e l'economia moderne: i'aumento demografico, l'industrializzazione e il consumo irriflessivo e telediretto. A ciò si è recentemente aggiunta l'obsolescenza programmata.

IL PROBLEMA DEMOGRAFICO Crescete e moltiplicatevi, disse Domineddio, e così, obbedienti, abbiamo fatto. C'è voluto un po' di tempo, però. Correva l'anno 1 d.C. e, su tutto il globo terracqueo, individuo più individuo meno, vivevano duecento milioni d'esseri umani. Il traguardo del primo miliardo l'abbiamo tagliato solo milleottocentotre (1803) anni dopo, nel 1804. In poco più dei cento anni successivi (100) siamo cresciuti di un altro miliardo, toccando nel 1927 quota due miliardi. Ma poi in soli trent'anni (30), nel 1957, tagliavamo il traguardo dei 3 miliardi. Nell'arco della mia vita, in poco più di 50 anni, siamo cresciuti di altri 4 miliardi. Quasi un miliardo in più di persone ogni dieci anni! Nel 2012 abbiamo superato la soglia dei sette miliardi d'individui. Si tratta di un cambiamento radicale di prospettiva.
L'impatto ambientale di tale incremento, unito all'adozione pressoché universale del modello di sviluppo consumistico occidentale, è stato devastante. L'industria e l'agricoltura industriali, al fine di sostenere la vita e soddisfare i bisogni di un numero vieppiù sterminato di popolazione umana che abbracciava il modello consumistico, hanno immesso nell'ambiente milioni di tonnellate di sostanze chimiche. La gestione dei rifiuti di una società di consumatori di beni primari che necessitano di confezionamento e di trasporto nei luoghi di consumo è divenuta una delle sfide più ardue mai affrontate, assieme al controllo di una marea crescente di acque reflue, sature di composti chimici sintetici non biodegradabili, frutto della rivoluzione chimica del ventesimo secolo.

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA Vi siete mai chiesti perché quelle salatissime scarpe da trekking a un annetto dall’acquisto siano già così sgarrupate? O come sia possibile che quel paio di jeans, per definizione resistenti, di marca (italiana, ma made in China), che lavate a mano per non rovinarli, siano già logori dopo soli dieci mesi d’uso? O perché a soli tre-quattro anni dall’acquisto, il vostro magnifico Mac dia già dei problemi di compatibilità? Non solo le industrie hanno prodotto per soddisfare i bisogni di una demografia in espansione vertiginosa. Esse hanno creato “bisogni” inesistenti, giacché il modello di sviluppo attuale può reggersi solo se supportato da una crescita continua dei consumi, come se le risorse terrestri fossero infinite, come se fossimo dotati di un pianeta illimitato. Ma ora, per accelerare il ricambio dei prodotti di consumo e indurci a consumare di più, alle cartucce della persuasione pubblicitaria è stata aggiunta una bomba, l’obsolescenza programmata, grazie alla quale un prodotto, soprattutto quelli elettronici, viene progettato e costruito con una data di morte oltre la quale diviene obsolescente, vale a dire non più utilizzabile o alla moda, costringendo in tal modo “il consumatore a provare il bisogno di acquistare nuovi prodotti o servizi che il produttore lancia in sostituzione dei vecchi”*. Eserciti di designer industriali sono quotidianamente al lavoro per riuscire in tale impresa, anziché per progettare ogni prodotto affinché a fine-vita si reintegri perfettamente con la natura. Alla faccia del design responsabile e delle montagne di rifiuti, in particolare elettronici, che stanno invadendo il pianeta, avvelenandolo! La sfida è tanto più inaffrontabile quanto più l’impresa non viene chiamata, oltre che a generare profitto per gli azionisti, ad assumere una responsabilità sociale e ambientale. Resistenza a oltranza: oggi domenica 10 luglio 2016 vi scrivo dal mio obsolescente Mac del 2009.

Crediti 4ocima

IL CICLO CHIUSO PERFETTO DELLA VITA NATURALE Durante spedizioni in zone isolate del mondo, ho avuto modo di osservare popolazioni che vivono in modo ancora primitivo. I rifiuti, in sostanza, non esistevano e la gestione delle deiezioni umane era di semplice soluzione. Nell'alto Himalaya nepalese, la vicinanza ad un villaggio in cui vivevano poche centinaia di persone, dove avremmo potuto trovare qualche forma minima di ricovero, si misurava dalla quantità di feci che s'incontravano sul nostro cammino. Le scene idilliache di donne al bagno nei fiumi, di Cezanniana memoria, avevano ben presto perso per noi ogni fascino, dopo la scoperta di prima mano che il fiume era usato da latrina a cielo aperto.
Lo stesso accadeva in alcuni villaggi remoti dell'Orissa in India. Il ricordo-incubo di quell'esplorazione, che infranse definitivamente la mia idea romantica della vita "selvaggia" di nota matrice rousseauiana, mi riporta alla mente una notte quasi insonne trascorsa a rigirarmi sul pavimento in terra battuta della capanna ospite e un risveglio ancor meno romantico quando mio marito e io ci rendemmo conto che la digestione del totalmente biodegradabile pasto della sera precedente – pesce appena pescato, verdura e frutta raccolte poco prima della cena - stava producendo i suoi inevitabili effetti. Quando, con una certa urgenza chiedemmo:"The toilet???" ci venne indicata la spiaggia. Volgendoci, scorgemmo una folla di persone accucciate lungo la riva del mare, appena distinguibili nella tenue luce del sole levante, a cui dovemmo volenti o nolenti unirci, facendo ben attenzione a dove mettevamo i piedi....Con un numero sparuto e costante di abitanti, questa semplice strategia di reintegrare le deiezioni nell'ambiente naturale, seppur poco poetica, risulta efficace, e l'impronta umana nell'ambiente è pressoché inesistente. Con quest’aneddoto desidero porre l’accento sul ciclo chiuso della vita naturale.
In occidente, con la nascita delle città antiche e un numero crescente d'individui concentrati in esse, si è ben presto dovuto creare un sofisticato sistema di gestione delle acque reflue, che è stato affinato nei secoli, con pericolosi alti e bassi. Ma i racconti orali degli anziani che l’hanno vissuta, dipingono il quadro di una società contadina dei primi decenni del 900 che restituiva ancora alla natura tutto ciò che da essa riceveva, in un ciclo chiuso perfetto. Ogni cosa era "natura" e ad essa ritornava. Del pari ai pescatori indiani, i pochi rifiuti che una famiglia produceva divenivano alimenti per gli animali domestici, i cui scarti a loro volta andavano a fertilizzare l'orto o i terreni coltivati e via di seguito. Persino l'acqua del lavaggio di piatti e pentole, trasformata in una broda alla quale venivano mescolati residui di cibo, era data in pasto ai maiali. La vera soluzione di continuità si ha con l'avvento dell'era della chimica sintetica che ha generato un'enorme mole di scarti, rifiuti e liquami incapaci di reintegrarsi nel ciclo naturale, conducendoci sull'orlo della catastrofe ambientale.

SIAMO CIO' CHE CONSUMIAMO

Quando gettiamo via qualcosa, dobbiamo domandarci sempre cosa significa quel "via". Dove vanno i nostri rifiuti, gli scarti industriali? La maggior parte di essi, con le attuali tecnologie di incenerimento, seppellimento e riciclo, si diffondono nell'aria, nell'acqua e nel sottosuolo, inquinandoli.
Eppure la qualità e l'integrità del suolo sono straordinariamente importanti per la nostra salute. Per capire perché, è necessario visualizzare l'essere umano non come isolato dal tutto, ma come parte del tutto. I nostri scarti e rifiuti arrivano al mare o nel suolo, del pari a quelli dei pescatori primitivi. Se nel remoto villaggio indiano ciò è più evidente, l'uomo "civilizzato" è nondimeno una maglia della grande rete universale della vita e l'anello in cima alla catena alimentare degli esseri viventi.

SIAMO CIO' CHE CONSUMIAMO E MANGIAMO Quando gettiamo via qualcosa, dobbiamo domandarci sempre cosa significa quel "via". Dove vanno i nostri rifiuti, gli scarti industriali? La maggior parte di essi, con le attuali tecnologie di incenerimento, seppellimento e riciclo, si diffondono nell'aria, nell'acqua e nel sottosuolo, inquinandoli.
Eppure la qualità e l'integrità del suolo sono straordinariamente importanti per la nostra salute. Per capire perché, è necessario visualizzare l'essere umano non come isolato dal tutto, ma come parte del tutto. I nostri scarti e rifiuti arrivano al mare o nel suolo, del pari a quelli dei pescatori primitivi. Se nel remoto villaggio indiano ciò è più evidente, l'uomo "civilizzato" è nondimeno una maglia della grande rete universale della vita e l'anello in cima alla catena alimentare degli esseri viventi..

Michael Pollan, nel suo splendido libro "In difesa del cibo" descrive magistralmente l’intima relazione d’interdipendenza che lega indissolubilmente chi mangia a chi è mangiato in un rapporto quasi simbiotico e, persino, di coevoluzione. Ti nutro se tu spargi i miei semi/geni e per attrarti mi evolverò, stordendoti con i miei aromi, stregandoti con i miei colori, sussurra la pianta. L'animale, dal canto suo, acquisirà nel tempo gli strumenti digestivi necessari a sfruttare al meglio l'ammaliante pianta o frutto. Non è un caso che la frutta, al momento della maturazione, quando è al massimo del potere nutritivo, sia anche più profumata e colorata. I sensi erano, infatti, la guida più infallibile delle nostre scelte alimentari. Del pari, il latte delle mucche è stato per noi umani assolutamente inutilizzabile sino a che gli allevatori di bovini non hanno sviluppato la capacità di digerirlo, qualità che si è in seguito affermata per la nostra specie attraverso la selezione naturale.

Crediti Dieter van Baarle

Pertanto, il vigore e la salute di ogni maglia della rete alimentare discendono da quella delle altre, il benessere di ogni anello della catena da quello dell'anello precedente.

Se il suolo è contaminato da composti persistenti come la diossina o i PCB o dai residui di certi pesticidi, l'erba e le verdure che vi nasceranno custodiranno in sé quei composti velenosi. Sospinti dalle piogge, i veleni chimici tenderanno a penetrare sempre più in profondità, insinuandosi nelle miniere d'acqua potabile del sottosuolo. La mucca che pascola su quel terreno si nutrirà di erba o fieno contaminati. I contaminanti passeranno dal fieno al corpo del bovino che, nel caso di sostanze lipofiliche, tenderà ad accumularli nei tessuti adiposi. Il fenomeno è detto di bioaccumulo.

Inoltre, ogni volta che si sale di un anello la catena alimentare le quantità di residui tossici aumentano. Si tratta di un processo detto di biomagnificazione. La carne, il latte e i formaggi che ne derivano conterranno milioni di parti in più di composti chimici rispetto ai vegetali ingeriti. All'uomo, che si trova in cima alla catena ed è onnivoro, arriveranno l'acqua, le verdure, le carni, il latte e i prodotti caseari, ciascuno con il proprio corredo di tossine.
"La salute personale non può essere separata da quella dell'intera rete alimentare," scrive infatti Pollan.

Similmente, i "miracolosi" composti chimici sintetici che hanno dato vita alla messe infinita di beni che semplificano e migliorano la qualità della nostra esistenza possono rientrare in noi, ad esempio attraverso l'aria contaminata dall'inceneritore che li brucia. Noi siamo ciò che consumiamo. La qualità e la salubrità di ciò che consumiamo - in termini di aria, acqua, cibo e prodotti d'uso quotidiano -, sono strettamente concatenate con le condizioni della nostra salute.

Cibo Vero

COSA POSSO FARE IO?

Le autrici di "The Toxic Consumer" Ashton e Salter Green suggeriscono una regola generale che deve guidare le nostre scelte alimentari: sforzarsi di mangiare quanto più in basso possibile della catena alimentare, quindi in prevalenza vegetali. "Cercate di tenere in mente - scrivono le autrici - che il cibo di cui ci nutriamo è generalmente soggetto al fenomeno di bioaccumulo e biomagnificazione. Persino la carne e il pesce organici, occupando le maglie più alte della catena alimentare, conterranno concentrazioni significative dei prodotti chimici tossici più comuni. Con questo non vogliamo sostenere il vegetarianismo, ma il consumo moderato, l'equilibrio e un regime alimentare salutare" e quanto più vario.” (cerca pagina della citazione)

Riguardo al problema dei rifiuti, invece, va pure affrontato a monte, al momento del consumo. Quando acquistiamo un prodotto, dovremmo domandarci se ci serve davvero, se è un bisogno indotto o reale e, in seguito, quale sarà il ciclo di vita del prodotto, procedendo all’acquisto solo se è riutilizzabile, riciclabile, compostabile o biodegradabile. Fate attenzione perché la parola biodegradabile viene usata in modo ingannevole. Non basta che, con l’azione degli agenti atmosferici, si frammenti. Affinché un oggetto possa essere definito “biodegradabile” le sue molecole devono reintegrarsi interamente e in tempi limitati ai materiali presenti in natura. La nostra idea di consumo andrebbe, quindi, totalmente ripensata, ritornando a seguire la bussola di ciò che è veramente necessario, privilegiando i prodotti sfusi e opponendo resistenza ad oltranza all’obsolescenza programmata.

I tanti contenitori alimentari in plastica sono riciclabili? E dopo il riciclo che accade ad essi?

Dobbiamo domandarci che ne è delle stesse acque reflue, cariche di residui di medicinali – dagli antibiotici o gli ansiolitici agli ormoni presenti nelle pillole anticoncezionali - che rientrano nella nostra catena alimentare: abbiamo veramente bisogno di tanti medicinali? E in quale quantità? E’ proprio necessario acquistare quel nuovo cellulare o quel computer o possiamo resistere a oltranza, mostrando alle aziende che non è poi così facile pilotarci? Le conseguenze di decenni di consumo inconsapevole, irresponsabile e pilotato dall’industria sono state la contaminazione dell’aria che respiriamo, del cibo di cui ci nutriamo, dell’acqua che beviamo. Il pianeta è ormai carico di tossine di fabbricazione umana. E il nostro corpo pure. Però è possibile recuperare.

Leggete "Quali veleni si annidano in quel morbido filetto?" per capire le conseguenze per la nostra salute dell'allevamento industriale moderno

Leggete "Dieta e malattie della civiltà" per comprendere le conseguenze di una dieta a base di alimenti industriali e quali sono le alternative possibili

Leggete sul blog dell'autrice "Che direbbe mai Caravaggio se visitasse un supermercato odierno..?"per rieducarsi alla bellezza alimentare, sfuggendo ai condizionamenti del bombardamento pubblicitario

FONTI BIBLIOGRAFICHE PER APPROFONDIMENTI:

The Toxic Consumer, Ashton & Elizabeth Salter-Green

In difesa del cibo, il manifesto della buona alimentazione, Michael Pollan

Il Manifesto della Lunga Vita di Francesco Marotta, Paolo Marandola

The Zeitgeist Movement Defined: Realizing a New Train of Thought

Planned Obsolescence, The Economist on line