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Vita sotto brevetto

di Patrizia Marani

Semi brevettati, una grave minaccia per la biodiversità e la sicurezza alimentari

Nel ventesimo secolo, secondo dati FAO, ha avuto luogo una pericolosa perdita di biodiversità alimentare, pari al 78%. La biodiversità è il cardine su cui s'incentra sia la vita sulla terra sia la sicurezza alimentare umana. Quali sono le cause? E dove finiremo, di questo passo?

523200640 3697bb8470 nReseau Semences Paysannes, una rete francese di operatori del settore agricolo che include sia agricoltori sia ricercatori conferma i dati FAO, individuando un colpevole: “In soli 50 anni, il monopolio radicale esercitato dall’industria sulle sementi ha provocato la sparizione del 75% della biodiversità coltivata”. Ma quale industria? E come è potuto succedere?

COS'E' E COME SI OTTENEVA LA BIODIVERSITA' COLTIVATA Sin dalla notte dei tempi, il contadino ha tramandato la vita, grazie al possesso delle proprie sementi. Ogni anno ne selezionava una quantità, attingendola dalle piante più vigorose, per seminarla l’anno successivo, venderla ad altri contadini della sua area o barattarla per ampliare la varietà di specie vegetali da lui coltivata. Grazie a una sinergia fra selezione umana e i meccanismi di evoluzione naturale, per millenni, in ogni regione, di raccolto in raccolto, le specie vegetali locali aumentavano, così come la diversità all’interno di una stessa specie. Questa co-evoluzione fra esseri umani e piante nei millenni ha dato origine a milioni di varietà, perfettamente adattate a ciascun territorio, la cosiddetta “biodiversità coltivata”. Ebbene, tale attività tradizionale di trasmissione della vita vegetale è dal secolo scorso divenuta minoritaria, se non tout court fuorilegge, un reato. I contadini non possono più selezionare i propri semi, tanto meno commercializzarli. Il ruolo di custode della vita è esercitato quasi esclusivamente dalle ditte sementiere, soprattutto da un’oligarchia mondiale del settore agrochimico.

LA SITUAZIONE IN NORD AMERICA

L’introduzione dei semi geneticamente modificati, avvenuta intorno alla metà degli anni ’90 (il Roundup, l’onnipresente erbicida a base di glifosato della Monsanto), ha cambiato totalmente le regole del gioco in America settentrionale. Il NAFTA è il primo trattato internazionale che regola la proprietà intellettuale dei produttori di semi e dei brevetti sui geni. L’agricoltore non può risparmiare i semi per la semina successiva poiché i semi sono coperti da brevetto, ma è costretto ogni anno a ricomprarli, incorrendo in costi elevati che tradizionalmente non aveva mai avuto.  

A COSA SERVONO I BREVETTI? Per mantenere alta l'innovazione e stimolare la creativita', la legislazione sui brevetti deve essere in grado di bilanciare la tutela dell’inventore e degli investimenti da questi realizzati, che devono necessariamente essere recuperati per compensare lo sforzo innovativo rilanciandolo, e il bisogno di diffusione dell’innovazione a beneficio dell’intera comunità. I diritti di proprietà intellettuale stabiliscono un monopolio temporaneo del diritto di trarre profitto da un’innovazione. Mentre, secondo diversi economisti, “ non v’è prova empirica che i diritti di proprietà intellettuale stimolino l’innovazione”, vi è evidenza del contrario: “Forti DPI, perversamente, possono impedire l’innovazione dell’economia limitando il travaso di conoscenze critiche alla promozione di ulteriore innovazione” E i DPI “hanno l’effetto di far lievitare i prezzi, pagati ai proprietari dei diritti..”  (Joseph Stiglietz, p.32 e 33).

Infatti, fra il 1994 e il 2010 i prezzi dei semi sono più che raddoppiati, rispetto ai prezzi ricevuti dagli agricoltori per i raccolti. L’aumento del prezzo dei semi di colza OGM, ad esempio, è stato pari al 601% per i semi Monsanto tolleranti l’erbicida Roundup e del 790% per i semi tolleranti il Liberty Link di Bayer”. I semi geneticamente modificati, coperti da un brevetto della durata di ben 25 anni, erodono una fetta notevole del reddito agricolo,impoveriscono la comunita' su cui si riversano i costi aggiuntivi, arricchendo vieppiù e in modo spropositato la manciata di multinazionali del settore. Per fare un esempio assai noto, da diversi anni, Monsanto denuncia redditi attorno ai 15 miliardi di dollari. Il numero di ditte sementiere non collegate alle multinazionali agroalimentari, al contrario, si sta contraendo sempre piu' (attorno alle 60).

Per di piu', secondo Stiglitz " l'incentivo finanziario e' lungi dall'essere l'unico stimolo per gli innovatori. Fra le piu' importanti scoperte ci sono quelle che sono parte del progresso scientifico, dalla scoperta del DNA alle intuizioni matematiche che condussero all'invenzione del computer (la macchina Turing), piuttosto che quelle fatte principalmente a scopo di lucro" (Joseph Stiglietz, p.32). Mai prima nella storia dell'umanita', tuttavia, i diritti di proprieta' intellettuale o i brevetti erano stati estesi aila vita - tratti genetici, piante e animali - come sta accadendo nel nostro tempo. 

Le multinazionali esercitano, inoltre, una forte pressione all’acquisto di semi OGM. Come? Un processo intentato con successo da Monsanto nel 2004 contro un coltivatore canadese i cui campi erano stati accidentalmente contaminati da semi OGM - il famigerato Schmeiser vs Monsanto -, e centinaia di altri processi vinti dalla multinazionale contro piccoli agricoltori, ha sortito un generale effetto intimidatorio. Le contaminazioni accidentali fra coltivazioni OGM e convenzionali sono più che possibili, dato che l’impollinazione naturale avviene ad opera del vento, degli insetti e degli uccelli - degli agenti naturali. Il timore di liti processuali intentate a seguito di controlli delle multinazionali sui raccolti, che avvengono regolarmente, ha indotto una gran parte degli agricoltori a comprare quasi esclusivamente OGM. Di conseguenza, come segnalato da una relazione del Center for Food Safety, gli OGM sono divenuti eccessivamente dominanti. Negli USA circa il 93 % dei semi di soia e l’86% di quelli di mais sono modificati geneticamente. E la contaminazione dei raccolti normali o biologici comporta paradossalmente il rischio per gli agricoltori di doversi difendere in tribunale: oltre al danno di avere i propri raccolti contaminati da OGM, pure la beffa di dover subire un processo!

In Europa, la produzione di OGM è ancora una piccola realtà, ma, soprattutto dopo il matrimonio Bayer/Monsanto, potrebbe non esserlo più a breve se agricoltori e consumatori, uniti in nome della qualità alimentare, non sbarreranno loro, con decisione, la strada europea.

Gli alti costi dei semi OGM e di quelli convenzionali in una condizione di libero mercato sarebbero un problema superabile, ma non lo è in condizioni di quasi monopolio. Secondo il report 2018 di “No Patents on Seeds”, grazie alla recente fusione, Bayer/Monsanto ha acquisito “un controllo di circa il 30% del mercato internazionale dei semi…DowDu Pont (un’altra recente fusione, NDA) ha una quota di mercato del 20%...la svizzera Syngenta (recentemente acquisita da ChemChina)..controlla circa il 10 % del commercio dei semi”. Tre giganti hanno messo le mani sul 60% del commercio internazionale dei semi, una realtà da far tremare le vene ai polsi, se si pensa ai possibili effetti sulla sicurezza alimentare e la biodiversità. Scrive “No Patents on Seeds”: “Un numero molto esiguo di grandi aziende sta esercitando un controllo eccessivo sulle nostre scorte alimentari; con un potere crescente di determinare quali piante saranno selezionate, coltivate e raccolte in futuro, e quanto costerà la produzione dei semi e degli alimenti”.

La SITUAZIONE IN EUROPA

Se è vero che il mercato dei semi europei, come sostenuto dall’associazione del settore (ESA) è frammentato in circa 7.000 piccole e medie società, alcune aziende sono riuscite a concentrare nelle loro mani un potere di mercato quasi monopolista per poche ma importanti 4348689961 9c9328a92c bderrate alimentari, come il mais o la barbabietola da zucchero. Inoltre, le 7.000 aziende sementiere tanto decantate dalle associazioni di categoria o dalla Commissione Europea detengono una quota di mercato infinitesimale. 4.800 di esse risiedono in Romania, Polonia e Ungheria e, tutte insieme, detengono solo l’8% della quota di mercato. Secondo l'associazione "No Patents on Seeds", 5 aziende detengono il 95% del mercato dei semi. 

Come scrive Réseau Semences Paysannes, i semi sono divenuti proprietà privata delle aziende sementiere, e nell’Unione Europea possono essere commercializzati solo se registrati su costosi cataloghi. La motivazione addotta per giustificare l’imposizione è quella di garantire una descrizione precisa della varietà e l’omogeneità (sic!), nonché distinzione dalle specie già registrate. Limitazioni che ai consumatori assicurerebbero qualità regolare, purezza varietale, buono stato sanitario e attitudine a germinare.

Scrive RSP: “Per scambiare o commercializzare delle sementi e piante destinate allo sfruttamento commerciale, bisogna che le varietà siano iscritte in un catalogo ufficiale delle specie e varietà..” ma l’iscrizione è subordinata a test di verifica dell’adeguatezza alle norme di “Distinzione, Omogeneità e Stabilità”. Impossibile, quindi, iscrivervi le specie contadine, legate al territorio, che per natura sono poco omogenee e stabili. E’ proprio la diversità fra elementi di una stessa popolazione vegetale la qualità che esalta la possibilità di evoluzione e di adattamento al luogo d’origine della pianta e, dunque, l’instabilità è imprescindibile per queste specie. Oltre a ciò, i costi d’iscrizione sono proibitivi per una piccola e media azienda agricola: più di 6000 euro, oltre a € 2000 per mantenersi in catalogo per i primi 10 anni. In mancanza d’iscrizione, la specie non può essere commercializzata ed è, dunque, destinata all’estinzione. “Il catalogo esistente è fatto unicamente per le varietà industriali”, conclude Réseau Semences Paysannes, quelle contadine ne sono escluse.

LIMITI REGOLAMENTARI INADEGUATI ALLA COMPLESSITÀ DI CIÒ CHE E’ VIVENTE Per far fronte a queste difficoltà, sono stati, pertanto, istituiti dei cataloghi annessi, quello delle “varietà di conservazione” e quello “Senza valore intrinseco”, meno cari e con dei criteri d’iscrizione meno stringenti, ma riescono davvero a preservare e promuovere la biodiversità come in teoria si propongono?

Riguardo all’omogeneità, la direttiva europea per l’ammissione al catalogo delle specie antiche minacciate d’estinzione, “di erosione genetica”, non ammette che il 10% di tolleranza, quando abbiamo visto che queste specie richiedono, al contrario, il massimo di diversità per dispiegare in pieno il proprio potenziale. Quanto alla stabilità, non vi è proprio tolleranza alcuna. Inoltre, sono fissati limiti territoriali di vendita, e stringenti limitazioni quantitative, come si trattasse di stupefacenti o comunque di merci pericolose.

Secondo Kokopelli, un’associazione francese che seleziona e distribuisce o commercializza semi di varietà antiche “liberi da diritti e riproducibili”, non iscritti in catalogo (e che per questo ha dovuto difendere in tribunale per 10 anni il diritto a svolgere la propria attività), “ queste sementi non ibride (le specie antiche) non presentano alcun pericolo per i consumatori, se non quello di far perdere quote di mercato a coloro che beneficiano del monopolio loro conferito dal Catalogo Ufficiale. La libera riproducibilità di queste sementi offre, difatti, al contadino un’autonomia e possibili benefici inottenibili con l’acquisto delle varietà industriali. Un'altra "strana" lacuna dei cataloghi esistenti è che "gran parte delle specie antiche, non essendo catalogabili come minacciate d’estinzione, non possono essere ammesse nel catalogo delle “varietà di conservazione”". Quindi, Kokopelli, del pari a tante altre realta' analoghe, rimane fuori. 

Il secondo catalogo, destinato principalmente all’autoconsumo e ai giardinieri amatoriali, elimina la barriera territoriale e, in teoria, il limite quantitativo, ma il problema del prezzo elevato delle sementi - che devono essere vendute in minuscole, costose confezioni -, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra, rendendo codesti semi pressoché inaccessibili alla produzione commerciale. Questi cataloghi “non lasciano alla fine che un margine di manovra ristretta”.
“Il lavoro di selezione realizzato ogni anno nei campi dai contadini che continuano a creare le loro varietà necessita di scambi regolari e molto diversificati di quantità modeste di semi o di piante che risveglieranno e amplieranno il loro potenziale genetico passando da un campo all’altro. Gli scienziati hanno chiamato questa realtà co-evoluzione. A ogni scambio, i lotti di sementi sono diversi: non possono essere tutti descritti e registrati in un catalogo che diverrebbe una camicia di forza paralizzante. Questi scambi sono una pratica corrente nella maggior parte del mondo e ancora tollerati in numerosi paesi europei”,  aggiunge Réseau Semences Paysannes.

Ma secondo la legge europea, non è così. Chiunque selezioni e venda semi non presenti nei cataloghi ufficiali è fuorilegge. Lo ha imparato a sue spese Kokopelli: malgrado l’associazione commercializzi i propri semi di varietà antiche unicamente a giardinieri dilettanti che non ne fanno un uso commerciale, è stata perseguita legalmente sia dallo stato francese (il quale le ha poi riconosciuto il ruolo d’interesse pubblico di custode dei semi), sia dalla Commissione Europea, sia, infine, da un’altra azienda sementiera convenzionale, uscendone sempre in qualche modo vittoriosa. La posta in gioco e', chiaramente, l'acquisizione della fetta di mercato del giardinaggio e dell'orticoltura amatoriali. Un altro "pericoloso fuorilegge" è Pascal Boot, un contadino innovatore divenuto famoso per l’abilità di selezionare specie di ortaggi estremamente produttive, resistenti al caldo o all’arsura, che lui coltiva senza bisogno d’acqua aggiuntiva (oltre alla pioggia) o prodotti fitosanitari. L’innovazione realizzata nei campi, fuori dai laboratori di ricerca biotecnologica, deve essere bandita, creando di fatto un monopolio dell’innovazione, perche' non va nella direzione di ampliamento del potere di mercato delle corporations e dell'uso di input agricoli (pesticidi, erbicidi e compagnia bella), imposta dai padroni dell'agroalimentare.

La creazione dei cataloghi e' avvenuta “..nell’ambito di un progetto di standardizzazione delle sementi, al fine di promuovere un’agricoltura fondata sulla chimica - dai fertilizzanti ai pesticidi -, sull’irrigazione e sulla meccanizzazione massiccia. Nel giro di poche generazioni, il processo d’industrializzazione dell’agricoltura priva l’agricoltore del know-how sementiero tradizionale e riduce le centinaia di migliaia di varietà contadine a poche varietà moderne, frutto del progresso genetico’”, prosegue RSP. 

Eppure, tale evoluzione e' definito “progresso”, malgrado rappresenti una catastrofe per la diversità delle piante coltivate e, di conseguenza, la diversità alimentare. RSP fa l’esempio della Francia: “Sull’80% del terreno coltivato a grano tenero si alternano solo poche varietà geneticamente molto affini, per di più prive di diversità al loro interno” e disadatte ai modi di coltivazione tradizionali”. Le varietà principali selezionate dalla grande industria sono le cosiddette linee pure, gli ibridi F1, “sterili o che producono generazioni F2 poco produttive”, e gli OGM. Codeste specie non sono riproducibili perché coperte da diritti di proprietà industriale, il che pone numerosi problemi di ordine sociale, etico ed economici, giacche’ grava l’agricoltore di ulteriori pesanti costi.

semi di melagranaLA VITA SOTTO BREVETTO anche in Europa Non bastando l’obbligo d’iscrizione delle specie in cataloghi costosi e selettivi, ponendo gravi freni alla biodiversità e mettendo fuorilegge la commercializzazione di specie non omogenee (come se l’omogeneità fosse un tratto auspicabile nel mondo vegetale, se non per la commercializzazione industriale), piante, vegetali e animali comuni possono essere coperti da brevetto anche in Europa, basta che presentino un tratto genetico nuovo. No Patents on Seeds ha scoperto che dagli anni ’80, l’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) ha concesso più di 3.000 brevetti sulle piante e 1.600 brevetti sugli animali. Altre 15.000 sono le richieste, 10.000 per i vegetali e 5000 sugli animali. Le concessioni riguardavano semi che avevano subito modificazioni genetiche, ma ora sono pure in aumento le richieste di copertura per semi di colture convenzionali: 200 i brevetti concessi a tutt’oggi per “vegetali con mutazioni genetiche casuali o selezionate attraverso procedimenti standard”.

Scrive infatti NPOS: “Questi brevetti concessi dall’ EPO promuovono la concentrazione di mercato, ostacolano la concorrenza e servono a promuovere diritti monopolistici ingiusti. Tali brevetti non hanno nulla a che fare con la nozione tradizionale di tutela attribuito alla legge sui brevetti, ossia di giusto premio e incentivo all’innovazione e all’invenzione. Attribuiti sulla base di caratteristiche tecniche insignificanti, sono in realtà un abuso della legge sui brevetti, che viene usata come strumento di appropriazione indebita – in effetti, biopirateria –, vale a dire di trasformazione delle risorse agricole necessarie per la produzione alimentare giornaliera in presunta proprietà intellettuale nelle mani di poche grandi aziende.

Come si traduce nella realtà del mondo agricolo la regolamentazione europea? Nell’obbligo di pagamento dei diritti sulle “sementi di fattoria” o “sementi contadine” ottenute a partire dalle varietà dell’industria, protette dai diritti di proprietà intellettuale. L’acquisto dei semi, infatti, non rende il contadino titolare degli stessi. Cosa richiede a gran voce una parte del mondo agricolo? Il diritto degli agricoltori di riprodurre nella propria fattoria o azienda agricola le sementi elaborate dall’industria sementiera e di poterle scambiare liberamente. Un ampliamento della base che detiene la proprietà di “sostanze genetiche”, considerate in passato un bene pubblico, in quanto da esse dipende la sicurezza alimentare collettiva. Difatti, “la creazione e lo sviluppo di nuove piante e varietà vegetali erano per lo più̀ appannaggio degli Stati o di enti statali”.
E', inoltre, importante assicurare la liberta' di commercio dei semi di specie antiche, anche se non sono in pericolo di estinzione. Si tratta, infatti, di un prezioso lavoro di recupero che arricchisce non più solo le multinazionali, ma la biodiversità coltivata e accresce, di conseguenza, la sicurezza alimentare.

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FONTI ON LINE

Reseau Semences Paysannes

§ 1.1.146 - Direttiva 13 giugno 2002, n. 55. Direttiva n. 2002/55/CE del Consiglio relativa alla commercializzazione delle sementi di ortaggi.Direttiva n. 2002/55/CE del Consiglio relativa alla commercializzazione delle sementi di ortaggi.
Kokopelli, un’associazione francese che seleziona e distribuisce o commercializza semi di varietà antiche “liberi da diritti e riproducibili”

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Diritti di proprietà intellettuale ed erosione del dominio pubblico nel futuro della produzione alimentare, Maria C. Fonte, Università di Napoli "Federico II", Dipartimento di Economia

DIRITTI DI PROPRIETÀ INTELLETTUALE IN AGRICOLTURA: NORMATIVA INTERNAZIONALE E SOSTENIBILITÀ - ENRICO BONADIO 

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