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Orti urbani, la rivoluzione della zappa

di Patrizia Marani

gallo

L'autoproduzione di cibo può diventare il vero atto sovversivo  Dopo i decenni di sbornia consumistica consumata sospingendo enormi carrelli in labirintici moloch alimentari dall'illusoria offerta infinita, come meccanismi di un ingranaggio seduttivo ormai un po' logoro, ci svegliamo tutti un po' più vecchi, un po' più pingui e, sempre più spesso, afflitti da una malattia cronica, sia essa un'allergia, un'intolleranza al glutine o qualcosa di peggio. Non è forse il caso di sovvertire il sistema? 

CONOSCI L'IDENTITA' DEL CIBO DI CUI TI NUTRI?

Orti urbani F 7Nutrirsi è, forse, l'atto più intimo che un essere umano possa compiere. Il nutrimento è stato, infatti, associato nel corso della storia umana al sacro. Il pasto soleva iniziare con un ringraziamento al divino o alla divinità venivano offerti alimenti. Mangiando, si accoglie nel proprio corpo un elemento "estraneo" e sarebbe bene non farlo in modo non consapevole. I nostri antenati lo hanno imparato a caro prezzo perché quando era Madre Natura a rifornirci, tutti nostri sensi erano allertati per identificare le piante velenose o il cibo avariato. Tanto più bisogna farlo ora che a rifornirci è l'industria. Prendiamo, ad esempio, gli ingredienti di una nota bibita analcolica che si preannuncia "senza calorie". Un alimento senza calorie è semplicemente un ossimoro, è cibo-non cibo. Pare che si sia dimenticato che nutrirsi significa rifornirsi di quelle calorie che ci permettono di vivere. Infine, un'occhiata agli altri inintelligibili ingredienti - del tipo "acesulfame x - non ci rivela un bel nulla di ciò che stiamo introducendo nel nostro corpo. E poco più ci dice la frase sibillina e vagamente minacciosa, CONTIENE UNA FONTE DI FENILALANINA. Che bevanda sarà mai quella di cui solo un chimico può decifrarne l'identità?

L'ORTO SOVVERSIVO

Ebbene, è in atto in tutto il mondo una ribellione silente, e dal basso, al sistema industriale alimentare che ha reso il cibo una merce qualsiasi. Si tratta di un ritorno alla terra: dai giovani che scelgono di nuovo di fare l'agricoltore, ma in modo radicalmente diverso, agli orti che stanno colonizzando non solo il cortile di casa, ma tetti, terrazzi e terreni comunali. Gli architetti s'inventano l'orto verticale e le piante s'inerpicano ora sui muri degli appartamenti o dei grattacieli delle grandi metropoli, che s'innalzano come torreggianti alberi urbani. Fioriscono gruppi di consumatori che si rivolgono direttamente a coltivatori di qualità, sovente biologici, per acquistare gli alimenti: si vuole sapere chi produce il nostro cibo e come lo produce. Diventa centrale la relazione e la consapevolezza che alimentazione vuol dire essere l'anello di una lunga catena di relazioni vitali fra specie diverse, da quella più piccola, i microrganismi del terreno o il filo d'erba, alla specie umana e che il benessere di un anello dipende da quello dell'altro.

Roger Doiron è uno dei pionieri di questo processo rivoluzionario ed è il fondatore di un movimento che ha negli USA molto seguito, Kitchen Garden International. Secondo lui, coltivare l'orto è l'atto sovversivo per eccellenza perché rovescia gli equilibri socio-economici esistenti.Riappropriandosi del cibo, le persone si riappropriano del gesto che li mantiene in vita, e non solo: tolgono questo potere economico agli attuali attori, rei di aver mercificato l'alimento: produttori agricoli industriali e grande distribuzione alimentare. Non è cosa da poco sapere di cosa ti nutri. Come lo sapevano (più o meno) i nostri antenati.

UN PO' DI STORIA Agli albori, vi era la condizione di cacciatori-raccoglitori. Nel corso della sua evoluzione, la specie umana si è, infatti, nutrita con modalità assai differenti. Richard Manning nel suo intrigante saggio "Against the Grain", che significa ad un tempo "Contro il buonsenso" e "Contro il chicco", allude alla sua teoria che l'invenzione dell'agricoltura e l'allontanamento dalla condizione di cacciatori-raccoglitori non sia stato un gran guadagno per l'umanità in quanto a qualità alimentare. Giacché la salute di ciascuno di noi dipende, in gran parte, dalla qualità del cibo di cui ci nutriamo, vale la pena di capire perché mai. Certo, un'affermazione simile appare andare veramente contro il senso comune, contro quell'idea di progresso continuo, o quasi, intrapreso dalla civiltà occidentale, in particolare nell'ultimo secolo, confortata dall'incontestabile dato dell'allungamento dell'aspettativa di vita, circa 45-50 anni ad inizio secolo contro i 75-80 di fine secolo. Come può, quindi, asserire ciò?

Ricordando che i bisogni alimentari del nostro corpo sono stati forgiati dallo stile di vita condotto per i circa 2,5 milioni d'anni in cui l'essere umano è stato cacciatore-raccoglitore, ha forse senso soffermarci un attimo sulla dieta di questo lunghissimo periodo. Per milioni d'anni ci siamo sfamati con selvaggina - quindi carne magra ricca di preziosi acidi grassi, gli omega 3 - che copriva il 70% della nostra dieta, e una miriade immensa di verdure e vegetali selvatici infinitamente nutrienti.

Afferma Manning, appunto against the grain, che l'agricoltura, iniziata circa 10.000 anni fa, dopo un lunghissimo periodo di transizione in cui gli esseri umani si sostentavano con un sistema misto, sia attraverso la caccia-raccolta sia con colture e l'allevamento del bestiame, non ha comportato un miglioramento della vita delle masse, ma solo di quella di una sparuta minoranza di individui. Costoro poterono godere di risorse e di un lusso che i loro antenati non avrebbero neppure potuto sognare. Il debutto dell'agricoltura, infatti, si traduce nella possibilità di creare delle riserve di cibo, un surplus che può essere accumulato: avrebbe così origine la società gerarchica che conosciamo oggi. La salute delle masse sarebbe, al contrario, peggiorata con l'avvento dell'agricoltura. Secondo Manning, infatti, solo nell'America moderna "si sta iniziando a riguadagnare la statura che avevamo da cacciatori-raccoglitori", come testimonierebbero i reperti ossei trovati dagli antropologi. Il declino sarebbe derivato proprio da un peggioramento del regime alimentare che interessò tutti coloro che fornivano lavoro di fatica "La disponibilità di cereali, in quanto riserva non deteriorabile di carboidrati a poco costo, li rese il cibo elettivo dei poveri. Questi alimenti, pur permettendo di portare carichi ingenti, non costituivano una dieta equilibrata e la gente era denutrita e di statura bassa".

Un po' scoraggiante. Se l'agricoltura è di per sé una strada sbagliata presa dalla storia, bisogna forse ripercorrere tutto il cammino a ritroso per recuperare la qualità alimentare? O basta un orto urbano?

LA FINE DELLE TERRE COLTIVABILI

Certo è che l'agricoltura stessa ha subito un recente cambiamento di rotta e lo ha fatto per risolvere un problema oggettivo. Attorno agli anni '60 del secolo orti urbani f 2scorso, sono stati toccati i limiti della terra coltivabile. Oltre, non si poteva proprio andare, mentre, invece, la popolazione aumentava, di ben un miliardo ogni 12 o 13 anni (quando ci sono voluti circa 1820 anni della storia conosciuta per raggiungere il primo miliardo). Non rimase che trovare, e in fretta, delle strategie che potessero far aumentare esponenzialmente i raccolti per ettaro di terra.

Ha inizio il processo d'industrializzazione dell'agricoltura. Prima, il cibo era un dono della Natura e del lavoro dell'uomo. Dopo, è una merce prodotta da uno scambio continuo fra industria e campo. La terra deve essere coltivata in modo intensivo, quindi le macchine agricole sostituiscono le braccia umane e gli animali – cavalli e bovini. Di conseguenza, lo sterco, il fertilizzante naturale, si allontana dai terreni ed è l'industria a fornire i tre macroelementi individuati come necessari alla coltivazione: fosforo, azoto e potassio. Inizia il processo che va dalla complessità alla semplificazione. Il terreno ricco di microrganismi e di migliaia di elementi nutritivi che passavano al raccolto s'impoverisce, del pari ai suoi frutti. E' una nozione di buon senso che un terreno chimicamente povero produca alimenti altrettanto poveri e grazie a ciò, la nostra dieta, malgrado l'apparente abbondanza, è carente di elementi nutritivi. Traduco: se negli anni '50 bastava una sola mela per apportare una quantità sufficiente di micronutrienti, ora bisogna mangiarne 3.

Inoltre, quando le monocolture sostituiscono le policolture delle coltivazioni antiche, l'industria fornisce i pesticidi di sintesi capaci di difendere la pianta che, sola, diviene facile preda di attacchi da parte degli insetti, i primi additivi indesiderati al nostro cibo.

orti urbani di P. MaraniPERDITA DI BIODIVERSITA' VEGETALE E ALIMENTARE Oltre a ciò, l'agricoltura industriale seleziona per la coltivazione solo una manciata di specie vegetali, le piante più prolifiche ed abili a trasformare la luce solare in calorie (per noi), alcuni tipi di cereali. La ricerca della quantità del raccolto prevale su quella della qualità nutritiva. Vengono selezionate delle specie ibride nane di grano, mais e riso, molto più produttive. In quanto a stelo basso con una pesante spiga la parte commestibile dei nani è più abbondante, sino al 55-60 per cento della pianta. L'industria, naturalmente, ci mette del suo nel processo d'impoverimento. Infatti, i micronutrienti, molto ricercati da batteri & C. (ma non da noi, a quanto pare), sono eliminati per favorire la conservazione!

La quantità è, quindi, perseguita a scapito della varietà. Dal secolo scorso, migliaia di piante alimentari e di specie d'allevamento non sono più commercializzate e sono state selezionate, ad esempio, una sola varietà di broccoli, una sola razza di galline, una di bovini, e via dicendo. La sbalorditiva varietà ostentata sugli scaffali dei supermercati è puramente illusoria.

Oggigiorno 4 soli raccolti – grano, mais, soia e riso – formano due terzi delle calorie di cui ci nutriamo, rispetto alle circa 80.000 specie consumate nel corso della storia umana, di cui 3000 usate quotidianamente. Questi raccolti, per di più, sono somministrati come mangime agli animali d'allevamento, impoverendo conseguentemente la qualità della loro carne, di cui noi ci nutriamo. Pensate agli animali selvatici, che brucano erba e piante su un vasto areale, o gli animali lasciati al pascolo quanti più micronutrienti devono ospitare!

Il declino della qualità nutritiva dei raccolti va di pari passo con le carenze di vitamine e sali minerali riscontrate in gran parte della popolazione. Sappiate, Orti urbani F 5cari Sacerdoti della Dieta dimagrante, che ogni caloria che ingerite possiede meno elementi nutritivi e, di conseguenza, dovrete introdurre molte più calorie per essere sani, rischiando di entrare a far parte dell'enorme schiera globale degli obesi malnutriti, il cui numero nel mondo ha ormai superato quello dei denutriti.

Per concludere, l'agricoltura industriale è in grado di produrre una maggiore quantità di calorie per ettaro che forniscono, però, sempre meno nutrimento, fenomeno detto di inflazione nutritivaCome risolvere, allora, il dilemma alimentare? L'età della pietra diventa l'orizzonte alimentare da ambire?
O il ritorno a metodi di coltivazione antichi, forse meno produttivi a livello calorico, ma con più nutrimento per caloria acquisita? Mangiare meno, ma mangiare meglio.

E' il processo che è già in atto con il ritorno all'orto casalingo o l'acquisto diretto da produttori biologici – cui si fa eventualmente una visita per vedere dove sono collocati i campi e le modalità di coltivazione - attraverso i Gruppi di Acquisto Solidali o nei mercatini specializzati.

Il terreno dell'orto casalingo o nei parchi pubblici dovrà, per riacquisire la magica fertilità e il fermento di attività biologica che genera alimenti integri, essere nutrito naturalmente con il compostaggio, lo sterco animale, l'erba falciata e le foglie secche, in gran varietà. I fertilizzanti chimici sono OUT. Facendo sì che lo sviluppo della pianta sia molto veloce, impediscono alle radici di estendersi e di catturare tutti gli elementi nutritivi presenti nel terreno. Anche i pesticidi sono banditi. Infatti, la pianta che si difende autonomamente dagli attacchi degli insetti è più ricca di fitonutrienti come carotenoidi e polifenoli, elementi che produce per difendersi dagli attacchi degli insetti stessi e che hanno un valore inestimabile per la salute umana. Le piante di una fattoria biologica, costrette a difendersi da sé, producono fra il 10 e il 50 per cento in più di queste preziose sostanze, con proprietà, fra le altre cose, antiossidanti e antinfiammatorie.

A tutto ciò, bisogna aggiungere i costi inestimabili dell'impatto sull'ambiente dell'agricoltura industriale: l'enorme perdita di biodiversità, il depauperamento del suolo, l'nquinamento delle falde acquifere con pesticidi, fertilizzanti ecc, l'enorme consumo di energia e di acqua, l'erosione e desertificazione del suolo, la salinizzazione e l'esaurimento delle acque dolci. Le ragioni del cambiamento non mancano. Viva l'orto sovversivo!

 

FONTI:

Against the Grain, Richard Manning

In Defense of Food, Michael Pollan

Roger Doiron, Kitchen Garden International

Il bellissimo video di Roger Doiron ti spiega perché coltivarsi l'orto di casa è il quintessenziale gesto sovversivo. A te la scelta..