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Cohousing, una storia vera

di Maurizio Marna

 

Foto intro STCOHOUS

La parola cohousing (condivisione residenziale) indica un modo di abitare, fondato sulla sostenibilità di rapporti interpersonali e attività svolte. Un gruppo di persone decide di riunirsi con l'obiettivo di trasformarsi in comunità solidale, ne fissa le linee guida e cerca poi un luogo dove stabilirsi, sia esso un edificio già costruito o da progettare, per mettere assieme spazi e servizi.

Foto 1 STCOHOUSUna volta costituito l'insediamento, si appronteranno servizi comuni quali cucina, lavanderia, biblioteca, sala da pranzo, laboratorio di bricolage, palestra ecc.: le prestazioni fornite diventano quindi di utilizzo generale e a 'km zero', poiché più il cohousing è green più giustifica il suo criterio fondante di mutua assistenza e consumi intelligenti. Gli alloggi, è bene specificarlo, rimangono privati così come gli occupanti mantengono la propria indipendenza intellettuale ed economica, seppur entro un ambito di solidarietà partecipata. Le case hanno minori dimensioni rispetto alla media degli appartamenti - le statistiche mostrano una forbice del 5-15% - occorrendo limitare i costi totali e favorire l'uso degli spazi collettivi(comunque si paga una quota extra indispensabile alla loro realizzazione). Il gruppo di cohousers può essere composto da una sola categoria di persone, anziani-donne-giovani, o anche dal loro mescolarsi, fermo restando che tutte le decisioni riguardanti la vita della comunità debbono venir prese collegialmente. Ma perché nacque il cohousing e chi fu il suo ideatore?

Un'analisi sociologica e storica

Il cohousing è l'inevitabile risposta, sviluppatasi negli anni Settanta, a pressanti necessità delle società nord europee. Quest'ultime, infatti, causa la progressiva espansione del consumismo e dell'individualismo, cominciata mezzo secolo fa, registrarono la disgregazione della famiglia tradizionale ovvero la rete sociale dell'epoca, non essendoci ancora nessun tipo di welfare. Dopo il 1970 il cohousing appare, dunque, in quella fascia di paesi nord europei che vedono via via dissolversi la coesione domestica. Il divorzio, l'aborto, la convivenza, la sessualità libera, la perdita del 'collante religioso', insieme alle frequenti riorganizzazioni del mercato lavorativo, determinano la forte esigenza di creare organismi suppletivi alla famiglia stessa; essi si prefiggono lo scopo di offrire assistenza e una diversa socialità, sempre legate al concetto di nucleo casalingo. Molti sociologi ritengono il cohousing delle origini un laboratorio dove sono stati reintrodotti rapporti, caratteristici delle comunità preindustriali e ciò in un contesto di boom economico scatenante la graduale spersonalizzazione degli individui. Nel 1993 Charles Durrett e la moglie Kathryn McCamant, architetti statunitensi, furono i primi ad affrontare il tema del cohousing americano, affermando che si tratta di uno stile di vita tipico delle società preindustriali. Qui dominava la struttura del villaggio ossia una solida base di relazioni interpersonali, le cui peculiarità erano il senso di appartenenza alla comunità - far parte di un gruppo coeso - e la sicurezza di essere protetti. La sua toponomastica non contemplava separazioni fra zone residenziali, commerciali, industriali, poiché i mestieri non erano disgiunti dalla vita domestica e le piccole case-botteghe fiorivano come luoghi di lavoro/abitazione, inevitabilmente connotati da stretti vincoli umani. Sembrerebbe un quadro a tinte rosa ma storicamente ne conosciamo i principali lati negativi, quali l'estrema rigidità e la mentalità chiusa verso qualsiasi cambiamento sociale. Il cohousing di oggi, pur avendo l'imprinting di esperienza residenziale, ha fatto risorgere il binomio lavoro-vita domestica, nonostante le occupazioni dei cohousers si svolgano fuori casa. La loro competenza lavorativa diventa oggetto di intenso scambio dentro il cohousing e ne incoraggia i valori di attaccamento a un posto, a un gruppo di persone determinate mentre salvaguarda l'autonomia di ognuno.
Foto 2 STCOHOUS                                                                             Foto 3 STCOHOUS

La genesi del cohousing risale al 1972 in Danimarca e segue alcuni principi ispiratori delle agitazioni studentesche, targate 1968. Le differenze con il movimento di protesta sono però evidenti quando si va ad affermare la tutela della privacy e degli spazi personali, occorrendo all'epoca trovare una via di mezzo fra le comuni sessantottine ed i condomini alveari del boom industriale. Jan Godmand Hoyer fu il suo artefice, un brillante architetto danese influenzato dalla lettura del 'rivoluzionario' articolo "Ogni bambino dovrebbe avere 100 genitori", a cura dello psicologo Bodil Graae: pubblicato sul periodico Politiken (Aprile 1967), lo scritto contestava la famiglia composta da una sola unità coniugale. Hoyer ne rielaborò svariati concetti, li implementò e finalmente, durante il 1972, diede via all'archetipo di una condivisione residenziale per ventisette famiglie - lo Skraplanet - vicino Copenhagen. L'evoluzione del cohousing prosegue nei decenni successivi fino agli anni Novanta/Duemila, scenario temporale che vede i cohousers danesi scegliere definitivamente l'opzione ambientalista. Essi risistemano edifici e realizzano case con ECO materiali(legno, sughero, argilla, paglia), in quest'ultimo caso praticando l'autocostruzione - opere edilizie 'fai da te' - secondo il principio cardine del cohousing: l' ECO sostenibilità.

                                                                                            Foto 4 STCOHOUS  Lo Skraplanet, oggi


Svezia > Il paese scandinavo vanta una profonda tradizione di coabitazioni solidali, il cui prototipo furono le case popolari degli anni Trenta sorte in virtù del clima rigido e della vastità geografica locale. Il cohousing si forma anch'esso sull'onda della protesta studentesca e compie passi decisi lungo il sentiero dell'ideologia politica, come dimostra l'influenza esercitata dall'autorevole movimento femminista. Col passare del tempo, le classi agiate svedesi si inseriscono nel suo meccanismo e ne modificano la pragmaticità, mediante la volontà di avere sempre condizioni di vita ottimali. Attualmente vi sono oltre cinquanta cohousing di proprietà pubblica, investendo le amministrazioni ingenti risorse finanziarie al contrario di Danimarca, USA e altri paesi. Stoplyckan, a Linköping, è la più grossa struttura svedese di cohousing e ospita circa 450 persone, all'interno di 184 appartamenti suddivisi in 13 condomìni. I residenti versano un modesto affitto mensile all'ente pubblico che, di giorno, utilizza alcune zone comuni per far svolgere ad anziani e portatori di handicap, già cohousers, una serie di attività funzionali al loro pieno inserimento. Di sera, poi, gli spazi tornano nella disponibilità di tutti.


Foto 5 STCOHOUS  Veduta dello Stoplyckan, oggi


Olanda > Landelijke Vereniging Centraal Wonen (www.lvcw.nl) - si traduce Associazione Nazionale Centrale del Cohousing, anno 1970 - è l'unione sindacale dei cohousers olandesi. La sua origine segue l'identico percorso danese e svedese: prima le manifestazioni studentesche nelle città universitarie, con il rifiuto ideologico di antiquati modelli sociali- del consumismo- dell'oppressione politica, in seguito la creazione del cohousing. Tuttavia certi aspetti della società olandese, uguali alle nazioni sopra esaminate, rivestono massima importanza se consideriamo che il femminismo ha inciso fortemente sul tessuto sociale e, fenomeno assai diffuso, i figli lasciano l'abitazione familiare alla maggiore età. Ecco avviarsi, quindi, cohousing solo femminili capaci di elaborare aggregazioni omogenee e di dare nuovi assetti alle aree cittadine; ecco inoltre ragazzi, appena divenuti maggiorenni, lasciare le case genitoriali e conseguire l'indipendenza attraverso i Centraal Wonen ('Centrale viva'), residenze ospitanti i giovani 'fuoriusciti'. Tali circoli - vi abitassero donne, giovani, coppie ecc. - avevano lo scopo di mettere in contatto fra loro soggetti di diversa estrazione sociale, età, nucleo familiare, onde facilitarne una rapida integrazione. L'obiettivo continua a essere oggi il medesimo mentre i circoli, vera peculiarità dei Paesi Bassi, rappresentano la metà dell'intero cohousing olandese.
                                                                                                          Foto 6 STCOHOUS   Esempio di Centraal Wonen, oggi


U.S.A . > I citati architetti Durrett e McCamant, oltre vent'anni fa, si recarono in Danimarca per studiare il cohousing locale, rimanendone colpiti. Al ritorno negli Stati Uniti scrissero un libro di successo e fondarono un movimento nazionale, che rese operativi centinaia di progetti incardinando l'idea alla base del cohousing: la condivisione residenziale. I motivi della sua affermazione si devono all'impellente bisogno di molti americani, lasciati soli nonché alienati da una società estremamente individualista, di mettersi assieme con altri individui, dotati di uguali valori e lingua, per un mutuo scambio di benefici(anche economici). La crisi dei subprime (prestiti) americani ha notevolmente incrementato il cohousing, ovvi i motivi, e ciò si rivela un bene quando gli essere umani non sono oggetto di speculazione né vengono depredate le risorse ambientali a disposizione.


                                                                                     Foto 7 STCOHOUS Cohousing californiano

Commonwealth > Gli Stati Uniti sono stati il trampolino di lancio del cohousing verso i paesi anglosassoni, in primis Australia e Nuova Zelanda. Qui esistevano già parecchi ECO villaggi, realtà sviluppatesi per meglio affrontare la solitudine degli immensi spazi naturali ed instaurare una vicendevole rete solidale. D'altronde la natura è fortunatamente, ricordiamo, il perno della geografia australiana e neozelandese. Opposta tendenza si verifica nella 'madrepatria' Inghilterra, che ha registrato un tardivo ingresso del cohousing senza un conseguente, rapido sviluppo. La coabitazione solidale non riesce lì a decollare per ragioni culturali, organizzative e di rapporti con la pubblica amministrazione.

Foto 8 STCOHOUS

Europa del Sud > Italia, Francia e Spagna hanno accolto in netto ritardo il cohousing ma stanno cercando di recuperare il tempo perduto. La Francia, nondimeno, è stata terra di fruttuose esperienze relative a BIO villaggi, quando si instaurarono i cosiddetti Habitats Groupés durante gli anni Ottanta. Essi rispecchiano quasi fedelmente la struttura del cohousing e proseguono tuttora la propria attività. Il 2006 ha registrato, guardando ora all'Italia, l'inizio di un periodo ricco sia di progettualità sia di vivaci dibattiti sul modello da adottare, americano o danese. L'attuale schema USA, agenzie di professionisti a pagamento, fa intervenire un team di specialisti quali architetti, immobiliaristi, psicologi, esperti di finanziamenti e di rapporti con enti pubblici ecc., idoneo a supportare i futuri partecipanti nella formazione di cooperative e nell'esecuzione del progetto; il modello danese, anzi il suo facsimile, non prevede alcuna intermediazione e gli interessati devono gestire autonomamente l'intero processo costitutivo - associazionismo cooperativo, espletamento pratiche burocratiche, analisi del mercato immobiliare, ricerca dei locali, dei finanziamenti e via discorrendo - fattore questo di notevole allungamento dei tempi. A chi si ispira il cohousing italiano allora? Risposta oggi difficile mentre è sicuro l'indubbio successo della condivisione residenziale fra quanti rifiutano, sono davvero tanti, l'individualismo sociale.

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 FONTI
www.wikipedia.org > Cohousing
www.cohousingitalia.it, Un po' di storia...> Il Cohousing: origini, storia ed evoluzione in Europa e nel mondo a a cura di Matthieu Lietaert, docente di Scienze Politiche alla Richmond University e alla James Madison University di Firenze
www.cohousing.it

BIBLIOGRAFIA
Matthieu Lietaert, Cohousing e condomini solidali - Guida pratica alle nuove forme di vicinato e vita in comune con allegato il documentario "Vivere in cohousing", Ed. AAM Terra Nuova, 2008
Francesca Guidotti, Ecovillaggi e Cohousing - Dove sono, chi li anima, come farne parte o realizzarne di nuovi, Ed. AAM Terra Nuova Edizioni, 2013