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Antico, sono ubriacato dalla voce ch'esce dalle tue bocche

di Patrizia Marani

oil intro nestor galina

..quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono. Eugenio Montale, Mediterraneo

Da sempre le immense masse cangianti d’ogni tonalità d’azzurro e blu del Mare Nostrum hanno ispirato quasi un senso di soggezione e sentimenti che solo i poeti sanno tradurre in parole. Ma nel nostro tempo il Mediterraneo, spazio sacro e di vita per innumerevoli specie ittiche e botaniche marine, è diventato una terra di conquista, setacciata alla ricerca forsennata d’idrocarburi e bucherellata come un pezzo di gruviera.

oil rigE ciò sta accadendo in pieno “decennio 0”, vale a dire l’ultimo decennio utile per riuscire a contenere il riscaldamento climatico sotto il 2 per cento, ricordando a tutti i San Tommaso che il 97 per cento degli scienziati climatici concordano circa l’esistenza di un cambiamento climatico in atto causato dall’attività umana.

Perché votare sì all’abrogazione della legge? Per fermare le trivelle. I cittadini hanno la possibilità di abrogare la legge che permette alle industrie del petrolio di cercare e sfruttare pozzi petroliferi e di gas entro le 12 miglia dalla costa senza limiti di tempo. Vedrete più avanti quanto sia cruciale che operazioni “sporche” come le prospezioni di ricerca dei carbon fossili e le trivellazioni di estrazione avvengano – se proprio devono avvenire, cosa assai discutibile - il più possibile lontano da dove viviamo. La legge che andiamo ad abrogare è manifestamente stata comprata e dettata dalla lobby dell’industria petrolifera, dato che non tiene conto in nessun modo dell’interesse e del diritto dei cittadini ad un mare pulito e non tossico. Vediamo perché.

I problemi che minacciano il nostro mare sono due: gli scarichi industriali e lo sfruttamento energetico estremo che sta avvicinandosi pericolosamente al nostro ambiente di vita, rischiando di “sporcarlo” con scarichi e sversamenti tossici, in questo caso i fondali più prossimi alle coste.

L’Agenzia Europea per l’Ambiente segnala, infatti, due diverse fonti d’inquinamento critico del Mediterraneo: a nord, l’industria pesante con la “produzione di materie prime come il mercurio, il cromo, il piombo e l'acciaio” e a sud (Libia, Algeria, Egitto e Siria) “l'attività estrattiva e la perforazione per la ricerca di petrolio e gas. Gli impianti industriali sono distribuiti su tutto il bacino, ma in alcuni punti se ne trova una concentrazione maggiore: sono i grossi complessi dell'industria pesante e i grandi porti commerciali, localizzati specialmente nella parte nord-occidentale, porti colpiti dall'inquinamento di sostanze tossiche, persistenti e bio-accumulanti come il TBT (stagno tributile)”. Ricordiamo che l’inquinamento marino finisce con l’arrivare nel nostro piatto, in quanto si accumula nel corpo dei pesci, soprattutto quelli di grandi dimensioni che sono in cima alla catena alimentare marina. Alti livelli di sostanze chimiche tossiche in circolo nel pesce si traduce in immunodepressione e morie (inspiegabili..) di specie ittiche. Pure l’inquinamento sonoro ha un impatto sulla fauna marina e le rilevazioni sonore per individuare i pozzi d’idrocarburi con fucili ad aria sono due volte più rumorose di un concerto rock (120 decibel contro 210). Due esempi delle conseguenze prodottesi sulla fauna marina dell’attività di prospezione è la morte di 100 balene a fine maggio 2008 a seguito dei rilevamenti di ExxonMobil lungo le coste del Madagascar, o delle 7 balene trovate morte sulle spiagge italiane nel 2009.

NORMALI OPERAZIONI DI ESTRAZIONE PETROLIFERA IN MARE GENERANO oil illuminator999INQUINAMENTO DELL'ACQUA, DELL'ARIA E DEI FONDALI 

Un altro problema importante sono l’acqua e i rifiuti tossici prodotti dall’attività di perforazione che comporta l’uso di centinaia di sostanze chimiche tossiche, quali benzene, toluene, xilene, etilbenzene, (BTEX), nitrati, bario, cadmio, cromo, mercurio, piombo, zinco, arsenico e, talvolta, pure materiale radioattivo, di norma riversati in mare. Da notare che la produzione di un barile di petrolio genera 10 barili di acqua di scarto tossica. A questo salutare cocktail chimico bisogna sommare gli acidi utilizzati per le perforazioni. Secondo il governo norvegese, le attività di prospezione e produzione di petrolio e gas generano durante tutte le fasi operative – dalla costruzione dei grandi oleodotti e gasdotti al trasporto dei combustibili e, infine, alla lavorazione costiera - grandi quantità di emissioni inquinanti dell’aria, acqua e fondali marini che si depositano solo in parte vicino agli impianti di trivellazione. Le particelle più sottili, cavalcando le correnti oceaniche, arrivano a coprire distanze enormi. Anche se tutti i protocolli di sicurezza vengono rispettati, le perdite e le fuoriuscite di fossili sono inevitabili. I soli USA sono responsabili di riversare nell’oceano 3 milioni di litri di petrolio derivanti dalle proprie operazioni di perforazione, principalmente del Golfo del Messico.

I MAGGIORI INCIDENTI

Oltre alle perdite di routine, gli incidenti che hanno comportato rovinosi sversamenti in mare di petrolio o esplosioni si stanno moltiplicando, soprattutto in conseguenza di operazioni di estrazione estreme. Fra esse, ricordiamo il fracking – che contamina di gas metano le falde acquifere e, aprendo degli enormi tunnel sotterranei, aumenta il rischio di terremoti; il bitume estratto dalle sabbie bituminose; le tecniche che asportano la cima delle montagne per estrarre carbone. Un esempio di sabbie bituminose è presente in Canada: si tratta d’immense miniere a cielo aperto, grandi tre volte Manhattan, che hanno reso, con le loro montagne di scarti e bacini di acque tossiche, un ambiente pieno di vita animale e vegetale un deserto avvelenato. Il greggio così ottenuto è una forma non convenzionale di petrolio detto bitume, di estrazione talmente difficile che la sua impronta di carbonio è dalle due alle tre volte quella necessaria per estrarre petrolio convenzionale.

Riepiloghiamo brevemente gli incidenti più importanti degli ultimi anni:
1989, la nave petroliera Exxon Valdez colpisce un banco di scogli in prossimità della costa dell’Alasca, rilasciando dagli 41 ai 143 milioni di galloni di petrolio grezzo. Viene considerato uno dei disastri ambientali più devastanti mai avvenuti.
2004, Temsah, Egitto - Eni, prende fuoco la piattaforma.
BP oil spill protests2010, Golfo del Messico, BP, il disastro ambientale più rovinoso causato dall’esplosione e affondamento della piattaforma petrolifera. 946 milioni di litri di petrolio riversati in mare, 11 operai morti. L’azienda non riusciva a fermare la fuoriuscita di grezzo.
2010, costa della Luisiana, ancora BP, fuoriuscita petrolifera ingente da un pozzo petrolifero, inizialmente minimizzata dalla compagnia.
2011, le operazioni della Shell nel Mare del Nord comportano una perdita di petrolio da una linea di flusso di più di 200 tonnellate a 180 km da Aberdee, la capitale europea del petrolio. Shell ha comunicato che era tutto sotto controllo.
2012, perdita di gas dovuta ad un incidente sulla piattaforma del campo Elgin nel Mare del Nord a 240 km da Aberdeen.

Le indagini sulle cause all’origine dei numerosi incidenti avvenuti negli ultimi 15 anni hanno rivelato invariabilmente un’incuria da parte delle aziende dei combustibili fossili che cercano di massimizzare i profitti minimizzando i costi, a scapito della sicurezza.

"LE ZONE SACRIFICALI" SEMPRE PIU' VICINE A CASA NOSTRA

Ma perché, dopo decenni e decenni d’industrializzazione alimentata dai combustibili fossili, l’attività estrattiva di carbonio dalle viscere della terra e dai fondali marini è diventata sempre più frenetica e avida?

Lo sviluppo industriale basato sui combustibili fossili è stato possibile grazie alla creazione di “zone sacrificali” nei paesi arabi e in Sud America ove era generalmente accettato che avvenissero le operazioni di ricerca, perforazione e lavorazione petrolifera. Ora queste “zone sacrificali” si stanno allargando a macchia d’olio in tutto il Nord America - ormai allegramente rinominata dagli addetti ai lavori “America Saudita”-, all’Europa settentrionale e al nostro Mediterraneo. Al giardino di casa. A Ombrina Mare in Abruzzo, la regione più verde d’Europa che potrebbe diventare un’oasi naturalistica e vivere di turismo sostenibile, arte e agricoltura biologica, il Ministero per lo sviluppo ha appena rinnovato la concessione allo sfruttamento petrolifero dei fondali a Oil & Gas Plc, in barba alla legge regionale che vieta le attività petrolifere nel raggio di dodici miglia dalla costa e della volontà della popolazione stessa.
Ma perché un tale aumento di “zone sacrificali”?

L'INDUSTRIA DEI COMBUSTIBILI FOSSILI E' INCOMPATIBILE CON LA SALVEZZA DELoil adobe of chaos PIANETA: LO DICONO I NUMERI

Le aziende petrolifere e del gas, recentemente colpite dal crollo del prezzo del greggio, ma tacitamente “in crisi” da tempo a causa di una difficoltà vieppiù crescente a reperire nuovi giacimenti di facile estrazione, lungi dal riconvertirsi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, stanno volgendo sempre più le proprie mire verso combustibili fossili derivanti da fonti non convenzionali, ad altissimo rischio ambientale e che comportano enormi investimenti su progetti di lunghissima durata.

La loro volontà è quella di sopravvivere, a costo di cuocere il pianeta, non in senso metaforico, ma concretamente, sulla scorta dei numeri che vi forniremo a breve. Questi megainvestimenti potranno essere recuperati a condizione che le società coinvolte possano continuare a estrarre per decenni, giacché l’investimento iniziale è ammortizzato solo nel corso dell’intera vita del progetto. Ciò significa produrre emissioni di CO2 e di gas metano, in particolare quello estratto tramite una tecnica “sporca” come il fracking, per decenni e, soprattutto, in quelli più delicati per il futuro del pianeta e della vita sulla terra, se si considera che siamo in pieno “decennio 0”. La totalità dei depositi dichiarati dalle grandi aziende dei combustibili fossili sui loro libri contabili emetterà 2795 gigatonnellate di CO2 fra il 2011 e il 2049, mentre per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto il 2 per cento non dovrebbero essere emesse più di 565 gigatonnellate, circa 5 volte di meno! “Un taglio radicale delle emissioni non è semplicemente compatibile con la sopravvivenza di una delle industrie più redditizie del mondo,” scrive Naomi Klein nel suo bel libro “This Changes Everything” sullo stato dell’arte del cambiamento climatico in atto e le ragioni dell’assenza di un intervento politico globale in grado di fermarlo.

IL TASSO DI SOSTITUZIONE DELLE RISERVE E IL DIKTAT DEI MERCATI

Ovviamente, la scommessa delle compagnie petrolifere e del gas è che non entreranno in vigore le misure restrittive severe in fatto di emissioni promesse dai governi ad ogni convegno internazionale sul clima. Perché affermiamo ciò? La logica di ogni società per azioni è quella di produrre profitti per i propri azionisti. Una compagnia petrolifera per essere giudicata “sana” dai propri azionisti deve avere un “tasso di sostituzione delle riserve” pari al 100 per cento delle quantità in produzione, per garantire ai propri azionisti e al mercato che sarà operativa anche in futuro. Se il tasso scende e i mercati azionari se ne accorgono, faranno velocemente perdere valore al titolo e la sopravvivenza economica dell’azienda diventerà incerta.

ENERGIA ESTREMA E’questa la logica economica che sta spingendo l’industria dei combustibili fossili verso tipi di sfruttamento energetico a rischio sempre più alto - energia estrema - e non vi è falda acquifera o mare che possa dirsi al sicuro dalle loro mire, tanto più che, secondo il report delle prospettive mondiali dell’Agenzia Internazionale per l’Energia– AIE – del 2012, la produzione convenzionale di petrolio da pozzi esistenti scenderà da 60 milioni di barili al giorno nel 2012 a 27 nel 2035. Scrive ancora Naomi Klein: “E’ un processo senza fine perché queste società avranno sempre più bisogno di ulteriori riserve per integrare il loro rapporto di sostituzione, anno dopo anno dopo anno”. E la posta in gioco economica è enorme, 27 trilioni di dollari è il valore del carbonio (nelle sue varie forme) presente nelle riserve attuali delle aziende dei combustibili fossili, una somma pari a 10 volte il PIL annuale del Regno Unito.

Perché non ci possiamo fidare della classe politica per tutelare i nostri interessi – che sono di mantenere integre le falde acquifere da infiltrazioni di metano e i nostri mari da sversamenti petroliferi - contro quelli dell’industria del carbon fossile? L’industria ha speso negli USA – laddove gli investimenti devono essere dichiarati e trasparenti – 400.000 $ al giorno in attività lobbistica nei confronti di funzionari del governo americano e del congresso. Nelle elezioni del 2012, l’industria ha distribuito 73 milioni al giorno in contribuzioni e donazioni. In Canada, dove queste somme spese nell’attività di lobby non devono essere dichiarate, sono state registrate le comunicazioni fra l’Associazione Canadese del Petrolio e i funzionari pubblici: 536 fra il 2008 e il 2012, contro 6 comunicazioni dell’Organizzazione per l’Ambiente.

COSA POSSO FARE IO 

- Come abbiamo dimostrato, l'industria che estrae carbonio dalle viscere terrestri e dai fondali marini per immetterlo in atmosfera non è semplicemente più compatibile con la vita sulla terra. I posti di lavoro persi con la sua auspicata estinzione saranno ricreati dalla nuova economia verde, anche con il nostro aiuto, attraverso le nostre quotidiane scelte d'acquisto e di stile di vita sostenibili.  

- C’è solo, inoltre, una cosa che i politici temono di più di perdere quegli ingenti "finanziamenti privati" dei lobbysti ed è quella di perdere le elezioni. Il voto è una conquista di democrazia per cui i nostri antenati hanno sacrificato la loro vita e fa molto comodo alle elite che vogliono mantenere indebitamente il potere che i cittadini non vadano a votare. Infatti, secondo il premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz, negli USA vengono usate delle strategie ben precise affinché le classi più svantaggiate non riescano a votare. Pensate che la nostra classe politica sia migliore? Esercitare il proprio diritto/dovere civico di voto e premiare chi davvero ha a cuore il bene comune - e non chi vuole continuare a ingrassare la più redditizia industria al mondo e i suoi azionisti - è un altro modo per salvare il nostro mare.

 

Fonti on line:

Gulfwide Emission Inventory , Minerals Management Service (2004)

Agenzia Europea per l'Ambiente, Il Mare Mediterraneo, acque blu ricche di ossigeno e povere di nutrienti

The many risks and little rewards of offshore drilling in the Mediterranean 

Fonti bibliografiche

This Changes Everything, Naomi Klein, 2014