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Trattato di Parigi sul clima: la vera eredità

di Federico Solimando

Climate crisis soil

“Il mondo non ha mai affrontato una sfida così grande". Il presidente francese François Hollande ha perfettamente ragione. Soprattutto alla luce dello storico accordo siglato alla COP21, la Conferenza mondiale sulla lotta al cambiamento climatico di Parigi, che si è appena conclusa e che ha fissato, sia pure con tutti i limiti del caso, un punto di svolta per il futuro ambientale della Terra. L'obiettivo dell’incontro era nientepopodimeno quello di evitare un disastro climatico globale: due sole settimane per decidere il futuro del nostro pianeta.  Ma qual è la reale eredità del trattato?

Il meeting, che ha riunito i rappresentanti di 195 paesi e dell'Unione Europea - tra cui più di 130 capi di Stato e di governo intervenuti alla sessione inaugurale – puntava innanzitutto alla stabilizzazione delle emissioni di gas serra, prima che queste riescano a causare danni irreversibili alla Terra. La maggioranza degli scienziati concorda sul fatto che un aumento superiore ai 2 gradi centigradi delle temperature medie rispetto a quelle preindustriale avrebbe conseguenze devastanti: su questo punto ci sono però diversi pareri discordanti, in quanto secondo alcuni di essi, questa soglia è persino troppo elevata; per altri invece, è ormai impossibile evitare di superarla.

Pochi incontri internazionali come questo hanno avuto la possibilità di influenzare la vita di tutti noi. L'aumento della concentrazione atmosferica dei gas prodotti dalla combustione di petrolio, carbone e gas naturale fa sì che il livello dei mari salga sempre più in fretta, mettendo a rischio la sopravvivenza delle città costiere. Gli uragani e gli altri fenomeni atmosferici estremi stanno diventando sempre più frequenti e distruttivi; l’aumento delle temperature sta mettendo a rischio le forniture di cibo e acqua per milioni di persone, e la riduzione dei ghiacci artici sta alterando la composizione e la distribuzione della fauna marittima, oltre a permettere la navigazione (e lo sfruttamento) di ampi tratti di mare un tempo coperti dalla banchisa. Piante e animali stanno migrando, compresi agenti patogeni che potrebbero infettare anche l'uomo.

Cars and windmillsUna riduzione globale delle emissioni potrebbe essere realizzabile solo con un assetto dell'economia mondiale totalmente diverso, costringendoci a rivoluzionare il nostro modo di procurarci il cibo e di viaggiare, con profondi impatti sul nostro tenore di vita e persino sulla distribuzione geografica delle popolazione. Ovviamente, a congresso finito, ognuno di noi si chiede se può davvero bastare questo accordo tra le grandi potenze mondiali per raggiungere l’obiettivo. Per qualche esperto neanche lontanamente: secondo l'analisi di un gruppo di scienziati tedeschi, infatti, se anche tutti i paesi del mondo rispettassero scrupolosamente gli impegni presi, le temperature aumenterebbero di 2,7 gradi centigradi entro il 2100, ben oltre cioè la soglia dei due gradi. Ben peggiori i dati forniti da un altro studio del Massachusetts Institute of Technology, secondo cui l’ aumento sarebbe ancora maggiore, di almeno 3,5 °C.

Il pessimismo è dilagante, ma è pur sempre vero che, per la prima volta nella storia, quasi tutti i maggiori inquinatori del mondo stanno facendo progetti concreti per utilizzare energia più verde. I primi tre - Cina, India e Stati Uniti - si sono impegnati a cambiare rotta in misura significativa. L'aumento della domanda dovrebbe determinare un calo dei prezzi e di conseguenza una maggiore diffusione dell'energia solare ed eolica: dopo 23 anni di tentativi, è già un grosso risultato. L’intesa raggiunta manda inoltre ai mercati un messaggio sulle intenzioni degli attori economici e incoraggia gli investitori a puntare di più sull'energia pulita. Un'altra ragione di ottimismo è la recente ascesa al governo, in Australia e Canada, di leader più sensibili ai temi ambientali, che hanno deciso di proporre alla conferenza proposte più stringenti. Certo è che, nonostante il risultato raggiunto, per molti ci si sta muovendo troppo lentamente: innalzamento dei livelli del mare, inondazioni, siccità, fame, rifugiati, incendi, eventi atmosferici estremi saranno praticamente inevitabili. Per alcuni, ad esempio, la fusione della calotta glaciale dell'Antartide occidentale non può più essere fermata, per non parlare di alcune piccole nazioni insulari del Pacifico, che rischiano concretamente di essere sommerse dall'innalzamento del livello del mare: forse interi paesi dovranno essere evacuati, e gli abitanti trasferiti altrove.

Bisogna inoltre capire se davvero gli Stati che si sono riuniti a Parigi manterranno le promesse: sfortunatamente, nessuno può garantire questo. Si tratta infatti solo di impegni volontari, a differenza di quelli presi a Kyoto. Per di più, non tutti sembrano realistici, dati i mezzi messi in campo. Nessuno, ad esempio, potrebbe impedire a un paese di tornare a bruciare petrolio, più economico, in caso di crisi economica.

Particolarmente delicata è la posizione degli Stati Uniti: il nuovo presidente, che entrerà in carica nel 2017, rispetterà gli impegni presi da Barack Obama? Non è affatto detto, anche se sarebbe ormai impossibile tornare indietro. E poi, conclusa questa conferenza, che succederà? Finora gli impegni presi valgono fino al 2025 o al massimo al 2030. I negoziatori, con in testa la Francia e la Cina, hanno puntato a convincere altri Stati a prolungare di molto i loro piani per la riduzione delle emissioni, e a farlo in fretta. Vogliono che ciascuno Stato presenti, entro il 2020, nuove dichiarazioni d'intenti più ambiziose e aggressive, che puntino a tagli delle emissioni ben maggiori e prendano in considerazione anche le nuove tecnologie e l'importanza dell'intero settore economico nato intorno all'energia pulita. La speranza è che con questi nuovi impegni, l'obiettivo del contenimento a due gradi dell'aumento delle temperature diventi più realistico.

Un altro dei punti essenziali in oggetto è stato la reale sostenibilità economica di questi accordi. In India, per esempio, 300 milioni di persone vivono ancora senzadrought elettricità. Il paese ha deciso di investire molto nell'energia solare, per ridurre la propria dipendenza dal carbone e abbassare il prezzo di questa tecnologia per tutti. Oltre ai fondi stanziati, il governo si è impegnato a fare di più se riceverà aiuti esterni. In un incontro precedente, si è deciso di creare un fondo cui le nazioni meno sviluppate possano attingere per agevolare la transizione all'energia pulita e più in generale adattarsi ai cambiamenti climatici. L'obiettivo è raggiungere una dotazione di 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020; finora sono stati stanziati 62 miliardi, con la Cina che promette di devolverne altri tre. I paesi in via di sviluppo sostengono che pagare il conto spetta almeno in parte a quelli industrializzati, responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni. Tra i leader dei paesi ricchi, alcuni si rifiutano anche solo di considerare l'eventualità; altri non sono sicuri di riuscire a convincere i propri cittadini; altri ancora temono che gli aiuti per i paesi più poveri finiscano per arricchire politici corrotti senza ottenere alcun risultato. La questione delle compensazioni è stato uno dei punti più spinosi dei negoziati di Parigi, in parte superato. Quando il trattato sarà entrato pienamente in vigore nel 2020, infatti, i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo più benestanti staranno devolvendo una somma minima di 100 miliardi all'anno di aiuti ai paesi a basso reddito, mentre questi cercano di mitigare il cambiamento climatico o di adattarsi a esso.

Si è parlato inoltre di gestione delle foreste e dell'agricoltura, visto che la seconda maggiore fonte di emissioni è la deforestazione. Si è cercato di trovare un sistema di incentivi economici concessi dai paesi sviluppati a quelli più poveri perché rinuncino a distruggere le foreste per sostituirle con coltivazioni e allevamenti. A margine di tutto il resto, si è discusso accanitamente su quali e quanti provvedimenti debbano essere considerati legalmente vincolanti e su come assicurarne l'attuazione. Alla fine però, come un giudice che emette la sua sentenza, il presidente Laurent Fabius ha usato finalmente il martelletto, per sancire la fine della conferenza e il tanto sospirato accordo che i 195 stati hanno votato; l’intesa raggiunta su tre punti in particolare: limite di 1,5 gradi al rialzo della temperatura inserito nel trattato, quando prima della conferenza pareva già ambizioso l'obiettivo dei 2 °C; cento miliardi di dollari per i paesi in via di sviluppo e revisione ogni cinque anni sui tagli alle emissioni nocive.

"Questo accordo", ha dichiarato Fabius, "è necessario per il mondo intero e per ciascuno dei nostri paesi. Aiuterà gli stati insulari a tutelarsi davanti all'avanzare dei mari che minacciano le loro coste; darà mezzi finanziari all'Africa, sosterrà l'America Latina nella protezione delle sue foreste e appoggerà i produttori di petrolio nella diversificazione della loro produzione energetica. Quest'ultimo era certamente uno dei tasti più delicati: non si può realisticamente continuare a estrarre carbonio dalle viscere della terra e immetterlo nell'atmosfera e pretendere di limitare il rialzo delle temperature medie a 1,5 o 2 ° C. 

PollutionQuesto testo sarà al servizio delle grandi cause: sicurezza alimentare, lotta alla povertà, diritti essenziali e alla fine dei conti, la pace. Siamo arrivati alla fine di un percorso ma anche all'inizio di un altro. Il mondo trattiene il fiato e conta su tutti noi”. Insomma, per molti il testo finale rappresenta un risultato eccezionale, un vero e proprio punto di partenza per migliorare la situazione attuale della Terra.

Ma la domanda che ci sorge spontanea è, alla fine, sempre la stessa: possono bastare due settimane ed un accordo per salvare e salvaguardare il nostro pianeta? Il consenso globale raggiunto a Parigi fa ben sperare che si possa mettere fine alle enormi resistenze economiche della vecchia economia inquinante (e, di conseguenza, politiche) ad ammettere la realtà di un cambiamento climatico causato dall'attività umana. Fa, inoltre, ben sperare che non solo si sia centrato l'obiettivo dei 2°C, ma che la più ambiziosa cifra degli 1,5°C sia stata inclusa nel trattato.

Solo il tempo, tuttavia, potrà fornire la risposta a questo quesito, sperando davvero che non sia ormai troppo tardi, e senza illudersi che la crisi climatica possa essere risolta unicamente da una banda di burocrati e di politici in cerca di notorietà. La lotta per un mondo migliore la facciamo anche tutti noi, con le nostre azioni quotidiane. Non aspettiamoci miracoli solo da altri, proviamoci noi per primi.

Fonti online:

http://www.camera.it/temiap/2015/12/01/OCD177-1625.pdf

http://web.mit.edu/raffaele/www/Publications_files/FerrariFerrariAccademia05.pdf

http://www.comitatoscientifico.org/temi%20CG/clima/obiettivo2015.htm

Scientists welcome new global climate change pact, the Lancet

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